Ecco quanto racconta Giulio Confalonieri a proposito del quadro citato, in "Prigionia di un artista, Il romanzo di Luigi Cherubini" (pag. 363-364):
“Ma verso la metà di gennaio Ingres annuncia a Cherubini che il ritratto è finito.
Il “vecchio signore” vuol subito vederlo; si infagotta nel suo gran pastrano nero, prende un fiacre e si fa condurre allo studio del pittore.
Ingres ha preparato le cose per bene. Sopra uno sfondo adatto, sotto una luce sapientemente curata, il quadro, assicurato al cavalletto e non ancora incorniciato, campeggia nella grande stanza, offrendosi al visitatore che ha appena varcato la soglia.
Cherubini si guarda. Si vede là davanti. A mezzo busto, con una mano che sorregge il volto scarno, i riccioli bianchi cadenti sulla larga fronte, gli occhi fiammeggianti e come un poco velati, la bocca triste, l’aria di un uomo supremamente stanco.
Si vede come si sente, e pensa che il suo amico Ingres, col pennello, sa rivelare i segreti delle anime umane.
Giusto in quei giorni egli s’è opposto a una ripresa de Le due giornate senza sapere di Wagner che, tutto pieno di sdegno, aveva scritto alla Gazzetta di Dresda: “proprio qui dove vive l’autore, Le due giornate non si eseguono più”.
Cherubini si guarda. Ma ben presto i suoi occhi scorgono nello sfondo del quadro una figura di donna, una Musa, una allegorica ministra della Poesia in atto d’incoronargli la testa.
Egli non sa fino a qual punto giunga l’ammirazione di Ingres.
Non conosce certe lettere del suo amico: “il grande Cherubini mi ha scritto ier l’altro, in un modo così buono e onorevole da esaltare la mia sensibilità al più alto grado; figurati, infatti, che t’abbia scritto un Mozart”.
Quell’apoteosi pittorica del suo genio gli sembra una cosa assurda, un’offesa, un’empietà.
Le Muse avranno incoronato il padre Haydn, nell’Olimpo, il divino Wolfgango e forse il “brusco” Beethoven.
Non lui, che considera la propria musica “un tentativo, un esperimento”.
Serra le labbra, continua a guardare e poi se ne va, rannuvolato, senza che il povero Ingres sia stato capace di cavargli una parola di bocca.
A casa, finalmente sfoga il suo sdegno con la moglie e col figlio.
Cecilia e Salvatore cercan di fargli intender ragione, ma il vecchio è irremovibile. Scaglia i suoi “che, che…..” fiorentini, sostiene che son tutte storie, che lui solo sa bene quando e per chi si possono scomodare le Muse.
Ingres, umiliato, manda dal suo studio un timido messaggio a Madame Cherubini.
Il Maestro s’è intanto ritirato nella sua stanza; s’è fasciato la testa con una salvietta, per l’ultima volta, ha acceso le candele e, preso un foglio di carta rigata, la è andata riempiendo di note.
Poi in fronte, con il suo bel carattere ch’è adesso leggermente tremulo, ha scritto: “Canone a tre voci. La giustizia dovuta all’egregio talento, all’amicizia per il carissimo Ingres, dalla parte del suo ammiratore riconoscente Luigi Cherubini”.
Da Giulio Confalonieri, "Prigionia di un artista".