Ascoltando oggi tre celebri sinfonie mozartiane nell'interpretazione di Herbert von Karajan (le Sinfonie No. 35 in Re maggiore KV 385 Haffner, No. 40 in sol minore KV 550 e No. 41 in Do maggiore KV 551 Jupiter) registrate con l'Orchestra Filarmonica di Berlino nel 1970 dalla EMI (il Maestro aveva allora 62 anni) ne rimaniamo semplicemente incantati.
Herbert von Karajan dirige Mozart con quella naturalezza che solo chi è in grado di cogliere la pulsione profonda di una musica così inafferrabile è in grado di rendere. Ma non solo. Queste sinfonie - come tutti i capolavori mozartiani - sono basate su architetture tanto perfette nelle loro proporzioni quanto ardite nella loro spinta dinamica.
Von Karajan possedeva una stupefacente capacità di "vedere" la musica e di costruire con l'orchestra esecuzioni di totale perfezione, all'unico scopo di rendere possibile il realizzarsi della sua visione interpretativa.
Nel suo caso, come in quello di ogni grande artista, è possibile cercare di capire alcuni aspetti della personalità, per spiegarne il fascino, partendo da diversi punti di vista.
L'opera di Mozart rappresenta forse lo "strumento" più adatto per capire la genialità di un direttore d'orchestra che, come pochi altri, ha saputo trovare l'equilibrio fra etica ed estetica, sensualità e spiritualità dell'interpre-
tazione musicale.
La ricerca delle perfezione per Herbert von Karajan si è sempre identificata con la necessità di conoscere e approfondire la Musica e, attraverso di essa, l'Uomo.
La musica di Wolfgang Amadeus Mozart è sempre stata presente nel repertorio del direttore austriaco. Figlio di un medico, è nato nella stessa città del compositore il 5 aprile 1908.
Dopo aver frequentato il Liceo nella sua città, ha frequentato l'Accademia musicale di Vienna e, al ritorno a Salisburgo, ha proseguito gli studi al Mozarteum.
Dopo gli esordi come pianista, ha compiuto le prime esperienze direttoriali in Germania: a Ulm e ad Aachen.
Il suo debutto ufficiale come direttore d'orchestra è avvenuto nel 1927 a Salisburgo con Le Nozze di Figaro di Mozart.
L'ultima opera da lui diretta è stata, ancora a Salisburgo, Don Giovanni di Mozart, nel 1988.
L'inizio del primo movimento della Sinfonia No. 40 in sol minore KV 550 di cui si diceva sopra, uno dei più straordinari "incipit" della storia della musica, introduce in punta di piedi, ma nel contempo con implacabile fatalità, un'atmosfera drammatica.
Con Herbert von Karajan e i suoi Berliner Philharmoniker la naturalezza con cui il dramma appare è al tempo stesso affascinante e sconvolgente.
E' proprio l'impareggiabile naturalezza con cui il direttore austriaco dirige questo "incipit" a farlo apparire in tutta la sua forza, come se fosse un colpo del destino che, in qualsiasi momento, può presentarsi nella vita di ognuno di noi.
Un altro esempio, di segno totalmente opposto, è rappre-
sentato dall'ultimo movimento della Sinfonia No. 41 in Do maggiore KV 551 Jupiter.
Mozart per quello che rimarrà la "summa" della sua arte sinfonica, per esprimere sentimenti di gioia e libertà non sceglie la tradizionale via del Rondò, ovvero del tema che ritorna più volte in un crescendo di emozione.
Herbert von Karajan 1908-1989 Warning. Copyright!
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Se il primo movimento della Jupiter è in forma-sonata, come la quasi totalità delle Sinfonie e delle Sonate
strumentali di quel periodo, nell'ultimo movimento (Molto allegro) Mozart realizza un vero miracolo.
Egli riesce a sovrapporre due forme musicali sostanzialmente opposte.
E' dalla perfetta sintesi di questi linguaggi che erompe la sfavillante energia del Finale della Jupiter.
L'autore percorre una strada ben più impegnativa, conciliando il rigore dello stile fugato degli antichi Maestri (che Johann Sebastian Bach ha portato al suo più alto sviluppo) e la limpidezza della forma-sonata (con i suoi due-tre temi che si combinano in un gioco dialettico e che ha caratterizzato tutto il Classicismo.
Il finale "Molto allegro" della Jupiter è quindi un fugato, con le voci che si rincorrono secondo un disegno di perfetta razionalità, ma che sviluppano un crescendo di emozioni libere e spontanee, fino a giungere agli accordi finali, luminosi e trionfanti.
Ascoltando l'interpretazione che Herbert von Karajan dà di questo brano, risulta più facile spiegare ciò che si diceva all'inizio, ovvero che egli faceva parte di quei pochi geniali musicisti che sanno trovare l'equilibrio tra etica ed estetica, sensualità e spiritualità dell'interpretazione musicale.
Infatti il grande maestro austriaco, partendo da un'assoluta precisione ritmica e da un'intonazione perfetta, riesce ad imprimere al finale della Jupiter un'energia semplicemente dionisiaca. L'interpretzaione è trascinante, eppure tutto scorre e respira con naturalezza.
Herbert von Karajan non pretendeva mai l'impossibile dai suoi orchestrali, ma era capace di trasmettere loro la consapevolezza che permetteva di raggiungere i confini dell'impossibile.
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Che cos'hanno in comune la scena finale delle Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, quando il Conte di Almaviva - scoperto nei suoi inganni amorosi - deve chiedere pubblicamente perdono alla Contessa e la scena del secondo atto del Cavaliere della Rosa di Richard Strauss, dove Sophie e Octavian si innamorano al primo sguardo?
Il finale delle Nozze di Figaro chiude una giornata convulsa: il titolo della pièce teatrale di Beaumarchais da cui Lorenzo da Ponte ha ricavato il libretto per l'opera lirica è infatti Le mariage de Figaro oulafolle journée.
Mozart, qui, realizza un miracolo. Le parole con cui il Conte di Almaviva chiede perdono alla moglie, sono precedute da una pausa; un momento di silenzio, dove il tempo rimane sospeso.
La risposta della Contessa è dolcissima, avvolgente.
Un'atmosfera quasi sacrale, eppure così dolce, intima, umana.
Herbert von Karajan raggiungeva la pausa che precede le parole del Conte di Almaviva con quell'incredibile capacità di sintesi fra logica e naturalezza, che pochi direttori d'orchestra posseggono.
La spontaneità mozartiana esalta questa sintesi ai più alti livelli e von Karajan, nelle sue interpretazioni, lo dimostra in modo straordinario.
In questo senso, la pausa del finale delle Nozze diventa, dal punto di vista emozionale, il momento risolutivo dell'intera vicenda: un silenzio non inteso come assenza di suono, ma come presenza di ogni suono, come elemento scatenante dell'energia che si libera subito dopo.
All'inizio del secondo atto del Cavaliere della Rosa di Richard Struss, Octavian si reca da Sophie per consegnarle una rosa d'argento quale segno d'amore da parte di suo cugino, il barone Ochs di Lerchenau, promesso sposo della ragazza. Tra i due giovani (Octavian e Sophie) sboccia inaspettatamente l'amore. Man mano che la loro conversazione si fa più intima e dolce, il mondo circostante sparisce. La promessa sposa del barone Ochs e il Cavaliere della Rosa si ritrovano in un mondo tutto loro, sospeso fra cielo e terra.
Richard Strauss, per realizzare questa scena, sfodera tutta la sua conoscenza dell'orchestra e la capacità di scrivere per le voci, per creare un tessuto che - pur essendo raffinato e trasparente - possiede sempre una grande intensità musicale.
L'interpretazione di Herbert von Karajan della scena della consegna della rosa è di sublime poesia; egli riesce letteralmente a fermare il tempo, pur imprimendo all'esecuzione quella dinamicità necessaria affinchè la musica vibri in tutta la sua pienezza.
Karajan rende l'omaggio straussiano all'opera settecentesca in modo straordinariamente leggero e luminoso, perchè è in grado di realizzare fino in fondo le intenzioni del compositore. Non dimentichiamo che Richard Strauss scrive per una grande orchestra sinfonica a cui richiede un virtuosismo eccezionale che va dagli effetti più grandiosi a quelli più raffinati.
Nel periodo in cui il compositore bavarese terminava Der Rosenkavalier, cominciava anche ad abbozzare quello che sarebbe diventato il suo ultimo poema sinfonico: eine Alpensinfonie (Sinfonia delle Alpi), ultimata fra i 1914 e il 1915 ed eseguito per la prima volta a Berlino nell'ottobre di quell'anno.
Anche qui Strauss impiega un'orchestra di dimensioni grandiose per comporre uno di quei racconti in musica che gli avrebbero dato fama ancora prima dell'inizio della sua carriera di autore di melodrammi.
Trai suoi poemi sinfonici: Aus Italien, Don Juan, Also sprach Zarathustra, Ein Heldenleben).
Karajan, che ha diretto regolarmente queste pagine durante tutto il corso della sua carriera e che le ha incise più volte, ha sempre dimostrato una particolare predilezione per Eine Alpensinfonie, contribuento molto a riscattarla dall'immagine di semplice descrizione oleografica di una giornata sulle Alpi a contatto con la natura e con i fenomeni che la determinano dall'alba al tramonto.
Il grande direttore austriaco, appassionato di tecnologia - i suoi primi studi superiori, dopo il Liceo, furono di carattere scentifico - all'inizio degli anni Ottanta - quando il compact disc veniva lanciato sul mercato - per l'opera lirica ha scelto Die Zauberflöte di W.A. Mozart e per la musica sinfonica proprio Eine Alpensinfonie, con i Berliner Philharmoniker. Con questa scelta Karajan ha voluto lanciare un segnale preciso: la perfezione della registrazione digitale permetteva come mai prima di allora di captare ogni suono della gigantesca e straordinariamente differenziata orchestra straussiana, soprattutto se resa dalla sua Filarmonica di Berlino.
A partire da questa condizione pressoché ideale, il costruire un discorso interpretativo con un'opera così misteriosa come l'Alpensinfonie diventava veramente una sfida. Con Herbert von Karajan, il passaggio dal quadro iniziale, "Notte", al quadro conclusivo che porta lo stesso titolo, attraverso il "Sorgere del sole", l' "Ascensione in montagna", "La visione dei prati fioriti", la scena del "Ghiacciaio", quella del "Sole tra le nubi" e vari altri momenti, diventa un viaggio di purificazione. E' semplicemente straordinario come Karajan riesca fin dalle prime battute a far sentire il sapore della notte, quasi lo si avvertisse fisicamente, come peso della vita, dell'incertezza e della paura.
Al termine del viaggio, quando si giunge alla notte successiva, dopo la purificazione - ovvero dopo tutte le prove cui la vita costringe - l'oscurità non è più greve, ma trasparente, leggera e lo sguardo dell'Uomo si perde nell'Infinito.
Accanto a Richard Strauss, l'altro grande sinfonista tardo romantico al centro degli interessi di Herbert von Karajan, è stato Anton Bruckner, di cui il grande maestro ha regolarmente diretto l'intero corpus delle nove Sinfonie e il Te Deum. Numerose sono pure le sue registrazioni discografiche.
La Sinfonia No. 8 in do minore - la più imponente di tutte (la sua durata è di circa un'ora e mezzo), eseguita per la prima volta a Vienna nel 1892 con grande successo - ha sempre avuto nel repertorio di Karajan un posto privilegiato. Soprattutto negli ultimi anni della sua carriera egli la dirigeva spesso, programmandola come unico brano di una serata, di modo che il concerto diventava una sorta di cerimonia laica.
Come nel caso di Eine Alpensinfonie op. 64 di Richard Strauss, Herbert von Karajan nell'Ottava Sinfonia di Bruckner riusciva a cogliere gli elementi fondamentali di un'architettura imponente, le forze scatenanti all'
origine di un disegno di natura cosmica.
Anton Bruckner dallo studio e dalla riflessione sui testi dei grandi Maestri della Polifonia, dei grandi Maestri del contrappunto (a cominciare da Johann Sebastian Bach) e dalla messa in pratica di questi insegnamenti - non dimentichiamo che era pure un organista di fama internazionale e un ottimo compositore di musica corale - aveva capito come muovere la massa orchestrale con totale agilità.
In altre parole, era riuscito a conciliare un'espressione di tipo romantico e spettacolare - vicina a quella del suo ammiratissimo Richard Wagner - e una di tipo rigoroso e ascetico come quella bachiana.
Il suo segreto consisteva innanzitutto nel riformulare gli equilibri sonori all'interno dell'orchestra.
Ascoltando la grande sinfonia bruckneriana con Herbert von Karajan ci si rende conto una volta di più di come egli fosse in grado di mantenere in costante equilibrio tre aspetti fondamentali dell'esecuzione musicale: il respiro poetico, la tensione emozionale e il senso del compiuto.
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Il grande direttore austriaco, nel 1967, inaugurò la prima edizione del Festival di Pasqua nella sua città natale, Salisburgo, espressamente creato per l'interpretazione delle opere di Richard Wagner, a cominciare dalle quattro che costituiscono la Tetralogia (Oro del Reno, La Walkiria, Sigfrido, Crepuscolo degli Dei).
Si iniziò con La Walkiria. Per la prima volta nella sua storia, l'Orchestra Filarmonica di Berlino, di cui Herbert von Karajan era direttore a vita, scese nella fossa di un teatro per eseguire un'opera lirica.
Fino a quel momento, infatti, l'orchestra tedesca aveva eseguito opere liriche solo in forma di concerto o per delle registrazioni discografiche.
Il Festival di Pasqua segnò una svolta fondamentale nella storia dell'interpretazione wagneriana: Karajan rinnovò la tradizione improntando la musica di Wagner ad una leggerezza e trasparenza completamente inedite, pur non togliendo nulla alla magia che le è propria. Parsifal, l'ultima opera di Richard Wagner, è suddivisa in tre atti. Il secondo, che si svolge nel giardino del mago Klingsor e che è la scena del confronto fra Kundry e Parsifal, è intenso, tumultuoso, fiammeggiante.
Il primo e il terzo atto, che si svolgono dapprima nella foresta ai piedi del castello di Montsalvat e quindi nella sala dei Cavalieri del Graal all'interno del castello stesso, sono immersi in un'atmosfera immobile, senza tempo.
Verso la metà del primo atto, il Cavaliere Gurnemanz - che crede di aver individuato in Parsifal l'anima pura che sarà in grado di ricuperare la lancia che ferì Gesù Cristo sulla Croce e con questa guarire la ferita di Amfortas, e salvare quindi tutta l'umanità - gli dice: "Vieni, ora ti condurrò dove il tempo diventa spazio.
Con queste parole Gurnemanz intende la sala dei Cavalieri, ovvero il tempio in cui giornalmente Amfortas officia la cerimonia del Sacro Graal.
Mentre i due camminano, viene eseguito un interludio orchestrale - contemporaneamente al cambiamento di scene a vista - denominato musica della trasformazione (Verwandlungsmusik), che è di un'intensità bruciante.
Tutto si placa con il suono delle campane e con l'entrata dei Cavalieri.
Wagner nei due atti estremi di Parsifal crea una situazione di indeterminatezza armonica nella quale inserisce le parti vocali, seguendo uno stile che, letteralmente, ricorda il recitar cantando degli albori dell'opera lirica.
Herbert von Karajan realizza in maniera impareggiabile la dimensione visionaria di Parsifal; con lui l'idea del tempo che diventa spazio si trasforma in emozione.
Ritorniamo per un momento alla Alpensinfonie op. 64 di Richard Strauss.
Il primo degli undici quadri dell'opera - che si susseguono come se fossero un unico movimento - è diviso in due: "Notte" e "Sorgere del Sole".
Karajan interpreta il passaggio dalle ultime ombre della notte alle prime luci dell'alba e da quest'ultime all'illuminarsi pieno dell'orizzonte con una progressione dinamica che è pari solo all'omogeneità del suono dell'orchestra.
Al di sopra di tutto, però, c'è quell'indescrivibile magía che egli sapeva creare: Herbet von Karajan riusciva a trasmetteva all'scoltatore il senso dell'Infinito.