• MESSA DA REQUIEM Prima esecuzione, diretta dall'autore:
Milano - Chiesa di San Marco - 22 maggio 1874
"E' un impulso, o dirò meglio, un bisogno del cuore che mi spinge a onorare, per quanto posso questo Grande, che ho tanto stimato come Scrittore, e venerato come Uomo"
La morte dello scrittore Alessandro Manzoni, avvenuta il 22 maggio 1873, all’età di 88 anni, sconvolse l’Italia.
Egli stava uscendo dalla chiesa milanese di San Fedele dove si era recato a pregare per suo figlio Pierluigi, scomparso tre settimane prima. Inciampò e il colpo preso battendo la testa sullo scalino gli fu fatale: soccorso immediatamente e ricoverato all’ospedale, non riprese più conoscenza.
Il giorno successivo Giuseppe Verdi scriveva al suo editore Ricordi di quanto questa morte lo avesse colpito.
Il 3 di giugno, in una successiva lettera, gli comunicava la sua intenzione di scrivere una Messa da Requiem
da eseguire in occasione del primo anniversario dalla morte del Manzoni. Il compositore si offriva anche di dirigere il concerto e le prove e di pagare di tasca propria la stampa delle parti per orchestra e coro.
Non si pensi però che una simile offerta, proveniente da una gloria nazionale (e milanese) per onorare un’altra gloria nazionale (pure milanese), abbia trovato pareri unanimi all’interno della Giunta municipale ...
A dire il vero una parte del Requiem già esisteva: si tratta del Libera me.
Infatti ironia della sorte alla morte di Gioachino Rossini (il 13 novembre 1868) lo stesso Verdi si era fatto promotore, attraverso una lettera pubblicata nella “Gazzetta Musicale” di Milano e indirizzata sempre al suo editore Ricordi, di un’iniziativa che doveva portare alla creazione di una Messa da Requiem in memoria di Rossini, alla quale avrebbero dovuto partecipare i compositori più in vista di allora.
Ben undici furono le adesioni ma, a causa della rottura della ventennale amicizia fra Giuseppe Verdi e Angelo Mariani (colui che avrebbe dovuto dirigere la messa per Rossini) non se ne fece nulla.
Prima di iniziare a parlare del Requiem in sé, vale forse la pena di spendere alcune parole per ricordare quali sono gli ideali che hanno legato i destini di Giuseppe Verdi e di Alessandro Manzoni.
Non dimentichiamo innanzitutto il fatto che entrambi sono figli di un Nord Italia, e di una Milano occupata dagli austriaci, che i movimenti politici e culturali della “Scapigliatura” sono in piena ebollizione e che il disegno dell’Unità d’Italia è un progetto che allarga sempre più i suoi orizzonti.
Il riflesso artistico di questa sete di libertà e di indipendenza, sia per Verdi che per Manzoni, si esprime in un gesto forte, bruciante, romantico nel senso più puro del termine, per non dire della capacità dei due di cantare con la voce degli oppressi contro gli oppressori, del cantare con la voce di chi ama contro la volontà di chi intralcia il giusto amore, dello scavare nella psicologia sia dei buoni che dei cattivi con una puntualità fino ad allora sconosciuta.
In altre parole, i meccanismi drammaturgici di Nabucco, Aida, Don Carlos, Traviata che si ritrovano, espressi in maniere diverse, nei Promessi Sposi.
In termini ideali e idealistici, si può pensare ad un altro fondamentale aspetto che avvicini il musicista Verdi con il letterato Manzoni.
E’ noto a tutti il lavoro gigantesco compiuto dall’autore dei Promessi Sposi per la creazione di una lingua italiana unitaria, viva e pura nella sua struttura ma, soprattutto, nella sua forza espressiva.
La musica è una forma d’arte totalmente astratta per cui, a differenza della parola, non permette l’espressione di significati: tuttavia quando essa ha a che fare con la parola, deve innanzitutto servire ad esaltare il valore espressivo della parola stessa.
E questo anche se la storia dell’opera lirica romantica ha portato all’impiego di orchestre che contano mediamente dagli ottanta ai cento elementi, contro cui si “battono” al massimo una decina di solisti vocali.
Se, poi, aggiungiamo anche l’ottantina di elementi del coro, ci si rende conto in quale “abbraccio mortale” si trovano i solisti vocali, se non si bada attentamente agli equilibri sonori.
Ebbene, Verdi, in ogni momento della sua carriera (e in ogni fase della sua evoluzione artistica), a dispetto di chi voleva vedere il suo stile orchestrale come un’evoluzione dello stile bandistico (opponendogli la cultura dell’orchestrazione dei maestri tedeschi), ha sempre orchestrato in maniera essenziale, al limite del minimalismo, addirittura in termini “avanguardistici”.
Fermo restando il fatto che, partiture alla mano, non esiste in nessuna sua opera un solo punto in cui egli copra le voci con l’orchestra, Verdi badava innanzitutto all’effetto espressivo - che, talvolta, può essere fatto anche di asprezze piuttosto che alle bellurie sonore.
L’orchestrazione di Verdi, da Nabucco a Falstaff ha compiuto un’evoluzione grandissima, adattandosi alle situazioni teatrali delle varie opere in maniera semplicemente camaleontica, il che non si può dire (con tutto il rispetto) di quella di Richard Wagner.
Questa ricerca di un’ideale purezza ha portato Verdi laddove, praticamente, tutti i compositori romantici hanno cominciato: al teatro italiano di Wolfgang Amadeus Mozart.
Egli infatti, con un miracolo di virtuosismo teatrale, tecnico e musicale, in Falstaff, oltre ai personaggi con le loro voci, ha fatto danzare una grande orchestra ottocentesca come se fosse una piccola orchestra mozartiana, sel segno della più leggera e impalpabile purezza.
Con Falstaff Verdi firma il suo più perfetto capolavoro in quanto a proprietà stilistica, punta di diamante di una produzione tanto ampia quanto differenziata, dove in ogni momento il compositore è stato in grado di trovare i giusti mezzi per esprimere sentimenti, atmosfere, tensioni interiori e dinamiche sociali.
La Messa da Requiem rientra in questo grande percorso ed occupa un posto d’onore.
Per Verdi l’impegno di rendere omaggio ad Alessandro Manzoni, che regolarmente nelle sue corrispondenze chiamava “Grande Uomo”, era ben diverso da quello di scrivere un lavoro per il teatro; innanzitutto perché alla base della realizzazione del Requiem non c’era una richiesta esterna, bensi un desiderio suo personale; secondariamente perché il testo obbligato era quello latino dell’antica sequenza del Requiem.
La sua prima preoccupazione fu dunque quella del linguaggio.
Infatti, in una lettera del 26 aprile 1874 all’editore Ricordi (al quale Verdi una decina di giorni prima aveva consegnato la partitura del Requiem) il compositore scriveva: “Non verrete a dirmi che non avete ancora iniziato le prove con il coro! Mi sembra che siate un po’ troppo fiducioso! Mi rendo conto che tutto questo possa sembrarvi facile, ma ci sono dei problemi d’espressione e soprattutto di carattere che sono tutt’altro che facili da risolvere. Capirete che questa messa non deve essere cantata allo stesso modo in cui si canterebbe un’opera e i colori che vanno bene in teatro qui proprio non funzionerebbero. Lo stesso vale per gli accenti e molte altre cose”.
Basterebbero queste poche righe per dimostrare la preoccupazione di Verdi nel voler differenziare i linguaggi tra i vari generi, a dispetto dei detrattori del Requiem verdiano che vogliono vederlo a tutti i costi “troppo operistico”.
A questo punto è forse bene ricordare che molti dei grandi direttori d’orchestra del passato e dei nostri giorni, eccellenti in Verdi, lo sono stati (o lo sono) anche in Wagner e viceversa.
Praticamente tutti hanno avuto (o hanno) in repertorio il Requiem di Verdi.
Praticamente tutti sono stati (o sono) eccellenti nel repertorio sinfonico: qualche nome: Arturo Toscanini, Victor De Sabata, Wilhelm Furtwängler, Bruno Walter, Herbert von Karajan, Giuseppe Sinopoli, Claudio Abbado, Daniel Barenboim, Riccardo Chailly, Riccardo Muti ...
A partire dal recitar cantando, nato a cavallo fra il Rinascimento e l’epoca barocca, da cui nascerà l’opera lirica, il principale scopo del suono degli strumenti è quello di esaltare la parola nella sua emozionalità.
Emozionalità che è inscindibile dal significato che la parola stessa esprime.
Questo è stato il principio guida anche di Giuseppe Verdi che, nella sua volontà di ricuperare il teatro d’opera a una piena verità drammaturgica per calarlo nella sensibilità del Romanticismo, è riuscito a ideare per ognuno dei suoi lavori una tavolozza orchestrale che fosse al servizio della vocalità più adatta ad esprimere la verità psicologica dei personaggi.
Nel caso del Requiem e del suo testo, così essenziale, scabro, pieno di luci accecanti ma anche di oscurità abissali, non si è trattato per Verdi di costruire un dialogo fra personaggi, ma un unico dialogo fra sé stesso e la morte.
Il compositore, nato in una cultura cattolica, di ideali liberali, agnostico per convinzione, si vedeva rendere omaggio allo scomparso Alessandro Manzoni, profondamente cattolico.
Tutto questo viene tradotto nel suo Requiem con una sincerità indiscutibile, dove l’orchestra e le masse corali vengono mosse con straordinaria libertà, ma anche nei maggiori momenti di concitazione (concentrati nel celebre Dies irae), la spettacolarità fine a sé stessa è bandita, per lasciare il posto a sensazioni di agghiacciante paura.
I quattro solisti sono impiegati nei momenti strategici, quasi a voler simboleggiare l’uomo che non vuole lasciarsi risucchiare dal nulla ma vuole continuare a sperare nella grazia di Dio.