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muti.ch>attualità>Roma Teatro dell'Opera marzo 2009>Iphigénie en Aulide


... a proposito di Christoph Willibald Gluck, nobile e austero, ma appassionato ...



Il teatro di Wolfgang Amadeus Mozart trova nel Maestro Riccardo Muti uno dei suoi interpreti più straordinari : con lui l'opera mozartiana vive il suo magico equilibrio fra impagabile chiarezza di linee e vibrante emozionalità.
Riccardo Muti ha diretto spesso le grandi opere di Mozart e le ha pure registrate in versioni memorabili.
Uno dei "segreti" della sua competenza mozartiana è senza dubbio da ascrivere alla conoscenza dei grandi maestri della scuola napoletana (per non citare che il nome più noto, Giovanni Battista Pergolesi) e a quella del compositore tedesco Christoph Willibald Gluck (1714-1787).

Mozart (1756-1791) aveva 31 anni quando Gluck moriva e, almeno a parole, lo stimava assai poco. Ciò che l'autore salisburghese, fedele al modello dell'opera italiana non apprezzava del compositore tedesco era il fatto che con la sua riforma

Christoph Willibald Gluck
(1714-1787)

del melodramma aveva pensato di eliminare le cosiddette forme chiuse (tipiche, appunto, dell'opera italiana: recitativo, aria, terzetto, coro, ecc.) per ottenere una continuità generale delle parti cantate e delle parti strumentali, sul modello del teatro parlato per eccellenza: la tragedia greca.
Un altro aspetto della riforma di Gluck (che ha trovato Mozart pienamente d'accordo) era quello che le voci dovessero evitare al massimo i virtuosismi, valorizzando il più possibile il testo.
Di riflesso, le parti strumentali, oltre ad assumere una maggiore importanza rispetto all'opera barocca e del primo Settecento (non pensando alla quantità degli interventi ma, piuttosto, alla loro qualità: orchestrazione e temi più variati, maggiore ricchezza dinamica) definiscono un rapporto nuovo con le voci, per le quali non sono più solo accompagnamento, sostegno armonico, ma interagiscono con esse, sullo stesso piano, senza per questo metterle in ombra.
Si potrebbe dunque affermare che la rivoluzione del melodramma operata da Christoph Willibald Gluck altro non sia stata che un ritorno alle origini: del teatro di parola, innanzitutto, dell'opera lirica degli inizi (L'Orfeo di Claudio Monteverdi è del 1607), quindi, del recitar cantando.
D'altra parte, alla luce degli sviluppi della Scuola di Mannheim (1741-1778) che ha portato alla definizione precisa della struttura dell'orchestra classica, la riforma gluckiana ha tenuto conto anche di questa nuova realtà.
Non perchè Gluck volesse "sinfonizzare" l'opera lirica ma perchè, stabilendo rapporti più precisi tra le voci (solisti e coro) e l'orchestra, l'unità drammatica dell'opera stessa diventa ancora più efficace.
Il Maestro Riccardo Muti interpreta la musica di Gluck partendo innanzitutto dal rigore della sua architettura e delle linee che la compongono: le linee del canto vocale e quelle del canto strumentale, riconducibili a quell'essenzialità di espressione che costituisce il nucleo vero e proprio della riforma del mondo dell'opera che il compositore tedesco ha intrapreso.

Questa essenzialità espressiva, che direttamente riporta al teatro di parola e che, come strutture drammaturgiche, fa riferimento alla tragedia greca, richiede da parte di ogni interprete, primo fra tutti il direttore d'orchestra, la sensibilità di ricercare l'effetto senza mai sconfinare nella retorica, di ricercare la nobiltà senza mai sconfinare nel distacco ma, anche, di ricercare la passione, senza mai sconfinare nell'enfasi.
In altri termini da una parte il Gluck diretto da Riccardo Muti possiede quella perfezione strutturale che gli è propria, mentre dall'altra possiede una vitalità, una ricchezza di sentimenti, di emozioni, di stati d'animo impareggiabile.

Wolfgang Amadeus Mozart con la sua musica parla da uomo agli altri uomini; Christoph Willibald Gluck con la sua musica parla agli uomini dal suo Olimpo.
Quando si ascolta la musica di Gluck diretta da Riccardo Muti e si guarda verso questo suo Olimpo il cielo davanti agli occhi è limpidissimo.



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