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Niccolò JOMMELLI
(Aversa 10 settembre 1714 - Napoli 25 luglio 1774)


Niccolò Jommelli nacque ad Aversa in provincia di Caserta il 10 settembre 1714 e morì a Napoli il 25 luglio 1774.
Studiò in questa città, dove furono rappresentate le sue prime opere teatrali; in virtù del successo ottenuto, venne poi invitato a comporre per i teatri di Roma, Bologna e Venezia.
Si recò quindi a Vienna dove conobbe il celebre poeta e librettista Pietro Metastasio (1698-1782), per poi rientrare a Roma nel 1749.
Quattro anni più tardi venne nominato Oberkapellmeister dal duca di Württemberg a Stoccarda, città dove rimase fino al 1769, ovvero per tredici anni.
Successivamente rientrò a Napoli; beneficiando di una pensione del re del Portogallo potè continuare a comporre per i teatri della città partenopea e di Roma.
Il 1771 fu per Jommelli un anno estremamente proficuo: scrisse addirittura sette opere, il che ebbe purtroppo delle gravi conseguenze per la sua salute; venne infatti colto da un primo attacco di paralisi.
Nel 1774 scrisse per il teatro di Lisbona la sua ultima opera su libretto di Metastasio: Il Trionfo di Clelia.


Poche ore dopo il successo nella capitale portoghese del suo ultimo lavoro morì a causa di un secondo attacco di paralisi.
Queste brevi note biografiche vogliono semplicemente dare un'idea dell'eclettismo di Jommelli: la preparazione alla scuola napoletana, il lavoro a Roma, non tanto sul fronte della musica religiosa, ma in un contesto artistico, politico e sociale totalmente diverso rispetto a quello della capitale partenopea, il lavoro a Bologna e, soprattutto, il lavoro a Venezia (realtà artistica al pari di Napoli molto aperta, anche se in modo diverso, agli influssi mediterranei) portarono il compositore ad arricchire e differenziare il suo stile.
La storia di Demofoonte, dramma per musica in tre atti su libretto di Pietro Metastasio, per molti aspetti riflette la vicenda artistica e umana di Niccolò Jommelli, nel senso che ha avuto ben quattro versioni, tutte destinate a teatri diversi: la prima per il Teatro Obizzi di Padova (13 giugno 1743), la seconda per il Teatro Regio Ducale di Milano (27 gennaio 1753), la terza per il Teatro di Corte di Stoccarda (11 febbraio 1764) e la quarta per il Teatro San Carlo di Napoli (4 novembre 1770).
Dieci anni tra la prima e la seconda versione, undici fra la seconda e la terza, sei fra la terza e la quarta: ventisette fra il Demofoonte di Padova e l'ultimo di Napoli.

Demofoonte è quindi stata un'opera-laboratorio: un compositore curioso e inventivo come Niccolò Jommelli, attento ai gusti del tempo e sensibile a quelli del pubblico che doveva affascinare, non avrebbe mai potuto accontentarsi di semplici rifacimenti o adattamenti alle possibilità di questo o quel teatro, di questo o quel cantante.
Tanto più che la vicenda narrata contiene un'enorme ricchezza di spunti da sfruttare in situazioni sempre diverse.
Per non dire della forza drammatica del tema centrale del Demofoonte, ovvero quella di un padre che deve sacrificare una figlia al dio Apollo.
La versione più convincente del Demofoonte è l'ultima, curata per le rappresen-
tazioni di Napoli (1770).
A differenza di quanto succedeva allorché veniva chiesto a un compositore di riallestire una stessa opera per diversi teatri, Jommelli non fu chiamato ad apportare adattamenti di vario genere, oppure ad aggiungere o a togliere arie a favore di questo o quel cantante; le quattro versioni di Demofoonte costituiscono in pratica altrettante revisioni che, sull'arco di quasi tre decenni hanno

Apollo
(fregio del Partenone)

trasformato sensibilmente il lavoro sotto i più vari punti di vista: la conduzione della melodia è diventata ancora più sciolta, la strumentazione più ricca e l'impianto drammaturgico più snello.
Quest'ultimo aspetto è, se possibile, ancora più importante degli altri due: la complessità dell'intreccio di Demofoonte offre l'occasione per analizzare i più diversi aspetti dell'animo umano, ma esige da parte del compositore una straordinaria lucidità nel cogliere le emozioni fondamentali di ogni personaggio e le dinamiche che si sviluppano fra i personaggi stessi.
In questo senso il Demofoonte di Jommelli, nei confronti di molte opere di tema storico-mitologico che lo precedono, caratterizza i protagonisti in modo sorprendentemente profondo dal punto di vista umano.
Infatti, l'unico elemento che rivela un intervento divino è posto all'inizio dell'opera, quando Matusio manifesta la sua angoscia per la figlia Dircea, che sarà la vergine scelta per il sacrificio ad Apollo.
Immediatamente, però, il dramma si trasferisce su un piano molto più umano. Dircea, all'insaputa del padre, ha avuto un figlio da Timante e, quindi, non è nelle condizioni di essere sacrificata al Dio Apollo.
Il non rivelare la sua maternità non le impedirebbe però di essere la vittima: Dircea si trova davanti a un tragico dilemma: se non rivelasse la sua maternità il suo destino di vittima sacrificale si compirebbe. Se invece la rivelasse, si esporrebbe al pubblico disprezzo.
La prima parte del primo atto del Demofoonte definisce con chiarezza il contesto drammaturgico in cui l'opera si svolge. Si procede fra continui e repentini cambiamenti di fronte, scambi d'identità, crescendi di tensione e momenti di distensione la cui logica non sempre appare al primo sguardo.



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