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muti.ch>attualità>Chicago Symphony Orchestra and Chorus
Il Maestro Riccardo Muti il 15, 16 e 17 gennaio 2009 ha diretto la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi per sottolineare l'inizio della sua collaborazione con la CSO come direttore musicale. Protagonisti dell'avvenimento la Chicago Symphony Orchestra, il Chicago Symphony Chorus e i solisti Barbara Frittoli (soprano), Olga Borodina (mezzosoprano), Mario Zeffiri (tenore) e Ildar Abdrazakov (basso). La registrazione discografica, effettuata nell'Orchestra Hall del Symphony Center, ha ottenuto due Grammy Awards: si tratta dei primi risultati di un percorso che si annuncia straordinario. Quando un musicista come Riccardo Muti decide di registrare nuovamente un'opera come la Messa da Requiem di Verdi - che ha studiato e diretto più e più volte con esiti memorabili - è in grado di unire nella sua nuova versione i principali valori delle esperienze acquisite con quelli di un'analisi e di una riflessione rinnovate, a partire dall'essenzialità del testo e, nello stesso tempo, da un vissuto musicale che ha visto il Requiem verdiano apparire con regolarità nei suoi programmi. Il rapporto fra aspetto esecutivo, nel senso puramente tecnico, e aspetto musicale, nel senso puramente interpretativo, è in perfetto equilibrio: il Maestro Muti confida nelle possibilità straordinarie di coro, orchestra e solisti per plasmare la sua visione del Requiem; così guidati e ispirati, orchestra coro e solisti realizzano pienamente la visione del direttore. Il testo latino è esaltato ai più alti livelli, impiegando i mezzi tipici (grande coro e grande orchestra) dello stile ottocentesco. La scrittura di Verdi è di portentosa abilità: gli equilibri fra interventi del coro, voci soliste e orchestra si basano innanzitutto sulla parola nella sua essenzialità drammaturgica. Verdi darà altre simili dimostrazioni negli ultimi anni della sua carriera con lo Stabat Mater e il Te Deum per coro e orchestra. Giuseppe Verdi nutriva un'ammirazione profonda per Alessandro Manzoni, al quale la Messa da Requiem è dedicata. Fu lo stesso compositore a dirigerne la prima esecuzione nell'anniversario della morte del grande scrittore. Verdi, come ebbe a scrivere al suo editore Giulio Ricordi, non avrebbe partecipato alla esequie del Manzoni, perché temeva di non poter reggere l'emozione; si sarebbe poi recato in solitudine sulla sua tomba. E' anche da tale doloroso silenzio che in Verdi nacque l'idea di comporre la Messa da Requiem; idea che egli perseguì con forza nei confronti di quelle persone, a cominciare dai politici, che - come spesso succede per insondabili motivi - non mostravano particolare entusiasmo per un simile progetto. Dal punto di vista compositivo la scelta della sequenza latina era obbligata, così come quella di impiegare i mezzi che meglio conosceva (il grande coro, i solisti vocali e la grande orchestra), da rendere ancora più duttili per esprimere la purezza della parola sacra e l'impalpabile confine tra luce e oscurità, fra vita e morte. E' per questa ragione che la Messa da Requiem di Verdi inizia con un suono che nasce come una luce flebile e profonda, che piano piano si innalza per avvolgere le prime parole del testo. Il Maestro Riccardo Muti ha dunque iniziato la sua esperienza a Chicago con il Requiem verdiano. A ben guardare sarebbe stato difficile scegliere un altro capolavoro all'infuori di questo. I tre concerti tenutisi alla Orchestra Hall al Symphony Center per il Maestro rappresentano simbolicamente una riflessione sui suoi anni di carriera, in particolare su tutto il lavoro dedicato alle opere di Giuseppe Verdi e alle grandi Messe di Luigi Cherubini. Riccardo Muti nell'esecuzione del Requiem verdiano, impiegando le straordinarie possibilità della Chicago Symphony Orchestra e del Coro, ripercorre idealmente il cammino del compositore, guardando all'antico per ottenere chiarezza, trasparenza e quella forza espressiva propria solamente alla parola. Basti pensare all'inizio del Requiem: a quelle poche battute affidate unicamente agli strumenti ad arco. Verdi con pochissimi mezzi crea l'atmosfera dell'oscurità, del baratro. Subito dopo le voci del coro (prima i bassi e i tenori, poi i contralti e i soprani) pronunciano, meglio scandiscono, la parola "Requiem". Poi tutti assieme le parole "Requiem aeternam". Quindi solo i soprani le parole "Dona eis Domine". Il Maestro Muti realizza questo inizio in modo che il suono dell'orchestra, per oscuro che debba essere, ha un che di trasfigurato, quasi a voler lasciare spazio all'invocazione del coro. Il tono "quasi declamato" delle voci e del coro prosegue e l'orchestra, dopo l'invocazione iniziale, si lancia in disegni contrappuntistici di straordinaria leggerezza. In questo (e in moltissimi altri passaggi), Giuseppe Verdi si rifà agli antichi maestri, alla ricerca di una chiarezza espressiva e di una bellezza assolute. Nel Dies irae, seguito dal Tuba Mirum, il compositore si rivolge ancora ai grandi maestri della musica polifonica e strumentale cinque-seicentesca, tracciando un disegno che si allarga a spazi sempre più ampi, per creare una sorta di effetto di smarrimento. Tutto è calcolato con sorprendente precisione, tanto che Verdi è in grado di "muovere" l'insieme di grande coro e di grande orchestra - tipici della grande musica romantica - con una potenza che è pari solo alla leggerezza. Il Maestro Muti guarda al disegno dell'Autore con profonda attenzione; in questo modo riesce a realizzare un'esecuzione tanto avvincente. Nella penultima sezione della Messa da Requiem - il Sanctus - Verdi fa uso del contrappunto. Per certi versi, come nel Dies irae e nel Tuba Mirum, egli crea una musica "dei grandi spazi". Se nei due brani appena citati questi spazi rievocavano un terribile vortice, nel Sanctus si aprono alla lode a Dio, presente ovunque. Un autentico pezzo di bravura per qualsiasi coro che il Chicago Symphony Chorus supera con estrema destrezza. La conclusione del Requiem, il Libera me Domine, è forse la parte più complessa del capolavoro, dove si concentrano tutte le domande con cui l'Uomo deve confrontarsi. "Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda, libera me, libera me". Queste le ultime parole del Requiem che Verdi affida al Soprano solista, che le canta intonando unicamente la nota Do. Poi tutto si perde nel silenzio. Il Maestro Muti giunge al termine di questo percorso con una straordinaria logica, che unisce precisione tecnica e fluire delle emozioni; ad un punto tale che, nel Libera me Domine (nella sua totalità la pagina più vasta ed elaborata dalla Messa da Requiem) rieccheggiano tutte le atmosfere incontrate in precedenza, alla ricerca della liberazione. |
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