Wolfgang Amadeus Mozart: Sinfonia No 40 in sol minore KV 550;
Sergej Prokofiev: Sinfonia classica op. 25;
Franz Schubert: Sinfonia No 6 in Do maggiore D 589
(“Piccola Do maggiore”).
Questo è un programma ideale per un concerto oppure per una registrazione discografica. E’ bello, anzi bellissimo, quando si ha il piacere di ascoltarlo in un’interpretazione ideale.
E’ vero che bisogna stare attenti a giocare con i superlativi, perché si arrischia di essere smentiti al momento in cui ci si imbatte in altre interpretazioni “ideali” dei medesimi pezzi.
Nel caso in questione, però, si tratterebbe di trovare un’orchestra che sappia fare meglio dei Wiener Philharmoniker, con un repertorio che frequentano da sempre e che, con il direttore in questione, interpretano sia a Vienna che nelle tournées in mezzo mondo da più di trent’anni: Riccardo Muti.
L’Orchestra viennese apprezza il maestro italiano per tutto quello che fa: nella sua veste di orchestra dell’Opera di Stato di Vienna ha lavorato con lui, ad esempio, in melodrammi di Verdi e di Boito, oltre che, naturalmente, in numerose opere di Mozart.
Come orchestra puramente sinfonica lo invita soprattutto per interpretare i due compositori viennesi per eccellenza; il già citato Mozart e Franz Schubert. I Wiener Philharmoniker sono fieri della loro autonomia e sono fieri di non avere un direttore stabile; è pertanto la loro assemblea (e per essa la loro direzione artistica) che decide quali direttori invitare.
Con il Maestro Muti il sodalizio si è sempre mantenuto costante per stringersi ancor più negli ultimi anni.
Un’Orchestra di questo livello, tecnicamente ineccepibile, con una sua forte personalità, ha bisogno di un direttore che la stimoli a livello di idee e che entri in sintonia con essa.
Se si crea una situazione di empatia fra musicisti e direttore, tutto diventa affascinante, armonioso, etereo.
Ascoltando il CD in questione (registrato dal vivo nell’ambito di un concerto tenutosi il 2 aprile 2000) si è colpiti innanzitutto dall’atmosfera che, fin dalle primissime battute della Sinfonia KV 550 di Mozart, conquista l’ascoltatore, senza imporsi.
I fraseggi sono naturali, i piani sonori pure; la musica scorre con la naturalezza della parola di un grande poeta che recita i suoi versi o del gesto di un grande artista che dipinge la sua tela.
Ogni dettaglio appare evidente in sé, ma nel contempo si avverte che esso fa parte di un disegno più ampio, che si svela a poco a poco.
Il grande interprete è colui che pur lasciando apparire solo a poco a poco il labirinto che è nascosto sotto uno strato di sabbia, già permette di intuire il disegno completo del labirinto stesso. Il labirinto altro non è che il simbolo della vita. Ogni interpretazione di un’opera maggiore, come questa sinfonia di Mozart o la Sinfonia No. 6 di Schubert non sono altro che metafore della vita.
Riccardo Muti è un musicista che ha sempre creduto nel valore della profondità e dell’umiltà del lavoro sul testo, così come della necessità che questo lavoro continuasse nel tempo, indipendentemente dai successi personali raggiunti.
L’interpretazione, vista nel senso descritto sopra diventa così uno specchio della vita, a partire da quella dello stesso direttore d’orchestra.
Il Maestro Muti, oltre alle doti che molti direttori hanno, possiede anche quella (più rara) di interrogarsi e di mettersi in questione, sperimentando vie nuove. Lo testimonia, tra l’altro, il suo lavoro con l’Orchestra giovanile “Luigi Cherubini”.
Riflettere sulla Sinfonia No. 40 di Mozart, sulla Sinfonia Classica di Prokofiev e sulla Sinfonia No. 6 di Schubert per farle risplendere in maniera ideale: se si è Riccardo Muti e si ha a disposizione un’orchestra “complice” come quella viennese è possibile.