RICCARDO MUTI E IL TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO DEDICANO "ORFEO" A MSTISLAV ROSTROPOVICH
Il destino ha voluto che Riccardo Muti fosse sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per ricordare Mstislav Rostropovich, musicista immenso, a cui il maestro italiano era legato da un profondo legame di amicizia. A lui sabato 28 aprile 2007 ha dedicato la prima rappresentazione di “Orfeo ed Euridice”, di Christoph Willibald Gluck: uno stupendo inno alla forza dell’amore. Pensando alla vita di Mstislav Rostropovich appare evidente come egli, favorito da un talento eccezionale pari solo al suo sincero amore per il prossimo e alla sua sete di libertà, abbia interpretato la sua professione come una vera e propria missione.
Il tenere concerti in tutta l’allora Unione Sovietica e all’estero, il suonare sia nelle sale più prestigiose sia nei luoghi più discosti, l’insegnare, il favorire l’estensione del repertorio del suo strumento, invitando compositori noti e meno noti a comporre opere nuove, lo hanno fatalmente portato a travalicare il “semplice” ruolo di musicista, specialmente negli anni più bui del regime sovietico.
Rostropovich nel 1974 decise di abbandonare l’Unione Sovietica per continuare in Occidente la sua battaglia per la libertà, ad un punto tale che i due ruoli di unirono in una sintesi unica, nel segno di un talento artistico e di una personalità umana straordinari.
Tutti i violoncellisti del mondo sono grati a Mstislav Rostropovich per aver dato un impulso formidabile allo sviluppo del repertorio per questo strumento nel ventesimo secolo.
Saranno almeno un centinaio le pagine scritte pensando al talento del grande Slava che diventava, per i compositori, il terreno per nuove sfide.
Senza il rapporto intenso fra Prokofiev e Mstislav Rostropovich non avremmo un capolavoro come la sinfonia-concerto per violoncello e orchestra in mi minore.
Nè, tantomeno, senza l’amicizia profonda che esisteva tra Slava e Dmitri Shostakovich (di cui in gioventù era stato allievo di composizione al Conservatorio di Mosca) avremmo i due concerti per violoncello e orchestra (No. 1 op. 107 in Mi bemolle maggiore e No. 2 Op. 126 in Sol maggiore).
Uno fra i rapporti artistici ed umani più vivi di Rostropovich fu quello con il compositore e pianista inglese Benjamin Britten (1913-1976) e che risale agli anni Sessanta. Britten scrisse il suo celebre War Requiem per la consacrazione della ricostruita cattedrale di Coventry: in quell’occasione si era pensato di scegliere tre solisti provenienti dall’Inghilterra (il tenore Peter Pears), dalla Germania (il baritono Dietrich Fischer-Diskau) e dalla Russia (la Soprano Galina Vishnevskaya).
Le autorità sovietiche, però, non permisero alla cantante, moglie di Rostropovich, di lasciare il paese, cosicchè fu sostituita dalla collega Heather Harper.
Erano gli anni, quelli, del festival di Aldeburgh, fondato dallo stesso Benjamin Britten e da Peter Pears, a cui Rostropovich e la Vishnevskaya partecipavano regolarmente.
Senza il sodalizio Britten-Rostropovich non avremmo le due Suites per violoncello solo op. 72 op. 80 e la Sinfonia per violoncello e orchestra op. 68 dell’autore del War Requiem.
Oltre che compositore eccelso - Rostropovich lo metteva al primo posto fra i grandi del Novecento, assieme a Shostakovich Britten era un eccellente direttore d’orchestra e uno straordinario pianista.
Rostropovich amava dire che fra le sue incisioni discografiche che avrebbe portato sulla famosa isola deserta, di sicuro ci sarebbe stata quella che aveva effettuato proprio con Britten al pianoforte della Sonata per arpeggione di Franz Schubert, dei cinque pezzi su temi popolari di Robert Schumann e della Sonata, sempre per violoncello e pianoforte di Claude Debussy. Aggiungeva poi che a quell’incisione era legato un ricordo: l’ultima volta che andò a visitare Britten, già malato, prima del congedo lo pregò di rimanere ancora un po’ perché voleva fargli ascoltare qualcosa.
Gli fece ascoltare proprio la Sonata di Schubert e, cosi raccontava Rostropovich, i due si guardarono, ben sapendo che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro.
Così, come in Russia aveva ispirato autori quali Sergej Prokofiev e Dmitri Shostakovich a scrivere per lui, in Occidente fece altrettanto con musicisti quali Henri Dutilleux, Astor Piazzolla, Witold Lutoslawski e Leonard Bernstein.
Pure il suo lavoro di direttore d’orchestra, che già in Unione Sovietica si era progressivamente ampliato, assunse in Occidente un profilo sempre più marcato.
Per molti anni Rostropovich fu direttore musicale della National Symphony Orchestra di Washington, con la quale effettuò numerose tournées in tutto il mondo.
La frenetica attività di musicista non ha mai potuto cancellare la profonda ferita provocatagli dall’esilio e dal fatto che, nel 1979, fu privato della cittadinanza sovietica.
La sua principale colpa non fu tanto quella di aver ospitato nella sua dacia nei dintorni di Mosca lo scrittore dissidente e Premio Nobel Alexandr Solgenitzin per quattro anni, ma quella di denunciare la situazione in cui si trovava l’amico scrittore per mezzo di una lettera che venne diffusa in tutto il mondo tramite le agenzie di stampa.
Avrebbe dovuto attendere sino al 1990 per essere completamente riabilitato sotto il governo di Michail Gorbaciov.
Per Slava, il far musica significava essere un tutt’uno con la musica.
Questa ad esempio è la ragione per cui quando saliva sul podio di orchestre giovanili che, forse, per suonare in maniera tecnicamente più precisa avrebbero avuto bisogno di un direttore meccanicamente più perfetto di lui, otteneva risultati straordinari.
Quando suonava, il suo strumento, al momento in cui produceva il suono, pareva sospeso nell’aria, anche quando da esso provenivano suoni bruniti e profondi. Quando si lasciava andare a qualche pianissimo impalbabile, questo appariva all’ascoltatore come un raggio di luce.
L’epoca dell’immagine vuole fissare quella di Mstislav Rostropovich mentre l’11 novembre 1989 suona il violoncello davanti al Muro di Berlino, ormai in macerie.
Un gesto di sublime retorica che si poteva accettare solo dal grande Slava: per Rostropovich è stato il momento di chiudere la sua ferita.
A chi gli ha chiesto perché lo avesse fatto ha risposto semplicemente: “Sono finalmente riuscito a ricongiungere le due parti del mio cuore”.
Rostropovich, in quell’occasione suonò alcuni brani dalla prima suite in Do maggiore per violoncello solo di Johann Sebastian Bach: il Do maggiore è la tonalità della luce che, simbolicamente, si oppone all’ombra del totalitarismo.
Da una parte la gioia sfrenata e i tumulti per la riconquistata libertà, dall’altra il suono del violoncello
di Slava ...