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“Il ritorno di Don Calandrino” di Domenico Cimarosa in maggio a Salisburgo e in dicembre a Ravenna: per Riccardo Muti un sogno che si realizza.
Se l’opera italiana è sempre stata al centro dell’attività del Maestro, quella napoletana lo è certamente stata in quanto a studio ed approfondimento ma almeno finora non a realizzazioni.
“Lo frate ‘nnamorato” di Giovanni Battista Pergolesi, “La Dirindina” di Domenico Scarlatti e “Chi dell’altrui si veste presto si spoglia” di Domenico Cimarosa sono i soli titoli napoletani che finora il Maestro Muti ha avuto l’occasione di dirigere, a cui si aggiunge ora “Il ritorno di Don Calandrino”.
Con quest’ultimo si apre un nuovo capitolo nell’attività del maestro italiano: una strada che, a causa di varie contingenze, non è ancora stata percorsa.
Per suonare nel modo stilisticamente più opportuno l’opera settecentesca (oppure, se si preferisce, “pre-ottocentesca”) l’ideale è avere a disposizione un’orchestra formata da strumentisti che non abbiano ancora assimilato tutte le cattive abitudini (con rispetto parlando) delle orchestre di teatro.
Infatti, passando da Mozart a Wagner, da Beethoven a Richard Strauss, da Verdi a Berg, c’è il rischio, anche per gli esecutori più dotati e più attenti alle indicazioni della parte e del direttore, di suonare in modo standardizzato, procedendo quindi inconsciamente verso una certa “wagnerizzazione” del suono.
Se pensiamo che dal Settecento di Mozart e Cimarosa al Novecento di Richard Strauss e Berg l’orchestra si è progressivamente ampliata, passando da trenta-quaranta fino a cento-centoventi elementi, si può immaginare come la concezione del suono dell’orchestrale fatalmente sia mutata.
Nella vita di un teatro l’esecuzione di opere settecentesche non costituisce la regola, ma l’eccezione; se si ha l’opportunità di costituire un gruppo di strumentisti di ottimo valore, la cui voglia di imparare e il cui entusiasmo di partecipare ad un’esperienza unica, con un direttore d’orchestra unico, capace di accompagnarli a scoprire i segreti di un repertorio tanto ampio quanto differenziato, si è nella situazione più idonea per rendere l’opera napoletana una vera e propria scoperta.
L’Orchestra giovanile “Luigi Cherubini”, creata da Riccardo Muti con il piacere e per il piacere di segnare e di rendere partecipi gli altri alla bellezza della musica (lo testimoniano le sue lezioni-concerto), è la base su cui costruire l’interpretazione di un’opera, soprattutto settecentesca dove tutto, a cominciare dall’orchestrazione,
è scritto in filigrana.
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"Domenico Cimarosa, orgoglio della Scuola musicale napoletana, non è soltanto una delle più solide e ornate colonne dell'opera comica italiana, ma è pure, e resta, una delle più brillanti e più consistenti luci di quel Settecento musicale, scintillante e malioso, che, anche col nome d'Italia e per virtù e genialità di artisti italiani, ebbe in Europa il suo scettro e segnò nella storia le sue conquiste.
L'omaggio che rendo all'arte e alla memoria di Domenico Cimarosa vuol essere anche un atto di gratitudine e di amore per la terra che espresse e diffuse tanta luce di bellezza e per gli uomini che oggi si accingono a esaltarla così nobilmente nel nome e con l'arte di uno dei suoi figli più eletti."
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