Fernando De Carli: Grandi riconoscimenti a “La Vestale” diretta da Muti
Alla fine, l’intelligenza dimostrata per aver voluto una “prima” lontana dai titoli più roboanti ha vinto.
I mugugni della vigilia e dell’antivigilia di chi, con questa apertura nel nome di Spontini si era sentito scippato di un - a detta loro - più “saporoso” Ballo in maschera (da qualche parte vagamente preannunciato, tempo fa), si sono sciolti come neve al sole davanti all’imponenza del successo che questo spettacolo si è meritato, da ogni parte del teatro, loggione compreso.
L’opera di Gaspare Spontini, che racconta il tradimento, per amore, di una sacerdotessa del sacro fuoco della dea Vesta che, alla fine, verrà graziata dalla stessa dea, è indubitabilmente, un lavoro di grande significato e dimensione storica e musicale.
Riccardo Muti, così come ha voluto proporre le opere di Gluck e quelle di Cherubini, ha saputo offrire al pubblico della Scala anche la musica di Spontini, la quale rientra, al pari di quella di Mozart, Haydn, Beethoven e Schubert, nelle corde del sentimento del maestro napoletano in modo decisamente speciale.
Inaugurare la stagione scaligera con un’opera fatta di una musicalità austera, giocata sulle tracce di un rigore e di un’essenzialità espressivi eccezionali, ma anche sui numeri del nascente “grand-opéra”, vale a dire cori e balletti (i quali, altro non erano che i numeri dell’opera settecentesca…) ha significato, per Muti, vincere un’altra, importante prova, condotta con l’intensità con cui regolarmente conduce il suo lavoro e, forse, con un pizzico di determinazione supplementare.
Così come era riuscito a convincere gli scettici on “Parsifal” e con “Idomeneo”, ci è riuscito anche con “La Vestale”, perché ha avuto il coraggio di essere, ancora una volta, coerente con le sue scelte di fondo, creando così l’avvenimento non tanto per quanto succede intorno alla “prima”, quanto per ciò che succede all’interno del lavoro artistico.
Di conseguenza, scelta storico-musicologica esente da qualsiasi compromesso, testo integrale, riapertura di una serie di tagli, reintegrazione dei balletti e canto nella lingua originale, cioè il francese.
D’accordo che esiste una versione italiana della “Vestale”, che porta il benestare dello stesso autore.
Meglio tagliare corto il discorso, però, perché, di questo passo ci si metterebbe ancora una volta a disquisire sul perché e sul per come, in Italia, non si canta Wagner in italiano ….
Anche il parere di loggionisti intelligenti è: “chi vuole venire a vedersi un’opera cantata in lingua straniera, bè, si documenti per tempo”.
“La Vestale” è dunque andata in scena con la regia di Liliana Cavani, le scede di Margherita Palli, i costumi di Gabriella Pescucci e le coreografie di Amedeo Amodio.
Si è, quindi, parzialmente ricostituito il sodalizio che ha portato al successo “La Traviata”, alcune stagioni fa.
Ebbene, Liliana Cavani e colleghi hanno messo in scena uno spettacolo di grande nobiltà e di grande effetto, giustamente in tono con il carattere e con il livello del lavoro.
Ottimi pure i movimenti delle masse corali, non facili da gestire.
Il coro, ancora una volta, è brillato per la sua forza e la sua duttilità: Roberto Gabbiani, il direttore, sta veramente compiendo un lavoro eccellente.
L’orchestra ha risposto alle sollecitazioni di Riccardo Muti come è difficile fa meglio.
Anche qui, lavoro in profondità.
Muti dirige Spontini con la medesima classe, la medesima aderenza e la medesima ricchezza di significati con cui dirige Gluck e Cherubini, tanto per rimanere in tema.
Oltre alle sue normali doti, di cui giustamente fa sfoggio (gran colorista, grande accompagnatore) Muti, quando affronta una partitura non certamente nota ai più, sembra quasi sviluppi un ulteriore carattere, che è quello di essere più convincente.
Il che, quando già ci si muove a simili livelli, è ben difficile.
Protagonista nel ruolo di Giulia, la Vestale, era Karen Huffstodt, non eccezionale nella pronuncia francese, ma dotata di un bel timbro e di una grande carica interpretativa; ha convinto pienamente la GranVestale, Denyce Graves, voce penetrante, intensa.
Lodevoli le prestazioni di Anthony Michaels-Moore (Licinio) e Patrick Raftery (Cinna, il comandante della legione).
Raffinati e discreti i balletti, dove, con il corpo di ballo e i vari solisti, si è fatta ancora una volta applaudire Carla Fracci, la cui classe è sempre presente, malgrado il passare degli anni.