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Giuseppe VERDI (1813-1901)
• Quattro Pezzi Sacri
Berliner Philharmoniker
Coro della Radio Svedese
& Coro da Camera di Stoccolma
Registrazione: 1983

I “Quattro Pezzi Sacri” di Giuseppe Verdi non costituiscono una struttura unitaria, ma sono collegati da diversi e significativi denominatori comuni.
Per cominciare, tutti sono stati scritti dopo il 1893, vale a dire dopo l’ultimo capolavoro composto da Verdi per il teatro: “Falstaff”.
In secondo luogo, i “Quattro Pezzi Sacri” si possono separare in due dittici: il primo comprendente l’”Ave Maria” e le “Laudi alla Vergine Maria”, scritti per voci a cappella, e il secondo, comprendente lo “Stabat Mater” e il “Te Deum” scritti per coro misto a quattro voci e grande orchestra.
La terza caratteristica che lega in modo significativo i “Pezzi Sacri” è la seguente: se è vero che i due brani per sole voci sono una riflessione ispirata attraverso i mezzi dei grandi maestri della polifonia, è altrettanto vero che i due brani scritti per coro e orchestra partono dall’atmosfera della polifonia (“Stabat Mater”) e del canto gregoriano (“Te Deum" per raggiungere progressivamente le dimensioni di un Romanticismo di grande vigore, dal quale è però assente ogni minimo accenno di retorica.

Ultima significativa caratteristica in comune dei due “Grandi Pezzi Sacri”: né nello “Stabat Mater” né nel “Te Deum” è prevista la presenza di un quartetto di solisti vocali, a dimostrazione del fatto che il compositore ricercava una espressione severa, ma intensa, sul modello delle Messe e dei Requiem di Luigi Cherubini.
Il Coro della Radio Svedese & della Camera di Stoccolma (maestro del coro Eric Ericson) e l’Orchestra Filarmonica di Berlino, diretti da Riccardo Muti, nella loro registrazione dei “Quattro Pezzi Sacri” del 1983 realizzano in modo ideale quella fusione fra slancio drammatico e intensità spirituale, fra passionalità terrena e ricerca di trascendenza che queste composizioni nella loro globalità contengono.


Georg Friedrich HÄNDEL
(1685-1759)
• Water Music Suites
Berliner Philharmoniker
Registrazione: Gennaio 1985

Nel 1985, in piena “rivoluzione filologica” (il Concentus Musicus Wien di Nikolaus Harnoncourt era stato fondato nel 1953 – vale a dire 32 anni prima - ) l’Orchestra Filarmonica di Berlino registrava le tre suites dalla “Water Music” di Georg Friedrich Händel.
L’Orchestra, che usciva dal lungo regno di Herbert von Karajan, non aveva certo potuto esercitarsi, specialmente con l’illustre maestro austriaco,  alle novità che via via gli studi sulla pratica degli strumenti d’epoca stavano introducendo.
Se, però, musicisti intelligenti e capaci incontrano un direttore che - oltre a possedere una grande natura musicale - approfondisce ogni capitolo del suo repertorio con lucidità e intuizione come Riccardo Muti, i risultati non possono certo mancare.
Il maestro napoletano ha studiato il repertorio Sei e Settecentesco al pari del pianoforte, della composizione e della direzione d’orchestra.
La registrazione della “Water Music” con i Berliner Philharmoniker diretti dal Maestro è limpida, fresca, ariosa, suonata benissimo, senza mai ricercare il bello per il bello.
Legati, staccati, accenti, piani sonori, sono eseguiti con grande
naturalezza, a riprova del fatto
che i Berliner Philharmoniker sono sempre e comunque una compagine di primissimo ordine.

Dal punto di vista stilistico Riccardo Muti dimostra come possa esistere, anche e soprattutto per la musica della prima metà del Settecento, il rinnovamento nella tradizione.
E’ però importante capire questa musica dall’interno e non confonderne l’aspetto formale con l’aspetto sostanziale.
I musicisti come Riccardo Muti non lo fanno mai. Numerosi “santoni” della filologia lo hanno invece fatto, regalandoci interpretazioni asfittiche e legnose.

Wolfgang Amadeus MOZART
(1756-1791)
• Sinfonia No. 41
in Do maggiore KV 551
Jupiter
• Divertimento in Re maggiore
KV 136
Berliner Philharmoniker
Registrazione:
Giugno 1985 e Gennaio 1988
Philharmonie, Berlino
Pubblicazione: 1989


La regola vorrebbe che quando si presenta un’incisione discografica si inizi a parlare dell’opera più importante per significato e dimensione per poi occuparsi dei brani complementari.
Ogni tanto, però, ci sono delle eccezioni, come per questo CD
dedicato a Mozart e pubblicato nel 1989, che vede Riccardo Muti sul podio dei Berliner Philharmoniker.
Non cominceremo quindi a parlare della Sinfonia No. 41 in Do maggiore KV 551 Jupiter, ma del Divertimento in Re maggiore KV 136.
Mozart possedeva quel miracoloso dono che permette di toccare i più alti vertici della poesia anche facendo uso di pochissimi mezzi.
In altre parole, l’opera di piccole dimensioni, rispetto a quella di dimensioni più grandi, non è necessariamente di valore minore:
è semplicemente diversa.
Le “piccole composizioni” dei grandi musicisti richiedono però maggiore attenzione da parte dell’interprete che non le “grandi”,

perché, a differenza di queste ultime,non si impongono in modo evidente,ma chiedono di essere interrogate e scoperte.
Il Divertimento KV 136, una musica sublime - poco meno celebre della Serenata in Sol maggiore Eine kleine Nachtmusik KV 525 – trova nel Maestro Muti un interprete che, partendo dalla totale chiarezza della scrittura mozartiana e dalla fluidissima viva e pulsante linea del canto, approfitta delle capacità virtuosistiche dei Berliner Philharmoniker, senza mai permettere che esse prendano il sopravvento.
La semplicità sia nel comporre un brano musicale sia nell’interpretarlo non è mai un caso, ma una conquista; andare all’essenziale significa essere capaci di compiere delle scelte, tralasciando il superfluo.
In questo senso, interpretare il Divertimento mozartiano significa scoprire la sua originaria purezza e portare l’orchestra a realizzarla.
Anche per i prestigiosi Berliner Philharmoniker suonare un’opera del genere è molto impegnativo; per certi aspetti – sembra un paradosso - lo è forse di più che suonare una grande sinfonia di Bruckner o Mahler.
Riccardo Muti guida l’Orchestra Filarmonica di Berlino in un’interpretazione sfavillante che, pur non tradendo mai il carattere giocoso e leggero del lavoro, indugia con fine sensibilità sui numerosi impalpabili cambiamenti d’umore, quasi dei chiaroscuri, così tipici in Mozart.
La Sinfonia No. 41 in Do maggiore KV 552 Jupiter in quanto a complessità di struttura si trova esattamente all’opposto del Divertimento KV 136.
L’ultima sinfonia del compositore salisburghese - scritta nei consueti quattro movimenti della sinfonia classica - non si conclude come tradizione vuole con un Rondò, ma con un Allegro molto che è senz’altro definibile come uno dei vertici assoluti della produzione mozartiana e dell’intera storia della musica.
Il compositore fonde il rigore dello stile fugato, tipico dei grandi del Barocco, con la struttura principe del Classicismo, ovvero la forma-sonata, tradizionalmente usata come primo movimento di sonate, sinfonie, ecc.
Nel finale della Jupiter rigore e passione trovano la loro espressione idealizzata.
I tre movimenti precedenti tendono tutti verso l’Allegro molto appena descritto, segnale evidente della circolarità di questa Sinfonia che ha la sua origine e la sua conclusione laddove il regno del raziocinio (lo stile fugato) e il regno della fantasia (la forma-sonata) si sovrappongono.
Riccardo Muti imposta la sua interpretazione partendo proprio dalla sintesi del finale.
Così l’Allegro vivace iniziale è solare, ma mai trionfante, l’Andante cantabile malinconico, ma nel contempo assai contenuto nelle sue emozioni. Il Minuetto-Allegretto è sicuro nella sua eleganza, ma mai baldanzoso.
Nel finale, poi, Riccardo  Muti, impeccabilmente servito dai Berliner Philharmoniker, dirige con una passione pari solo alla lucidità quell’incredibile gioco di specchi con cui Mozart ha concluso il ciclo delle sue sinfonie.

Anton BRUCKNER (1824-1896)
Sinfonia N. 4 “Romantica”
Berliner Philharmoniker
Registrazione: 1986

Delle nove sinfonie scritte da Anton Bruckner la Quarta, in Mi bemolle maggiore, Romantica, è senz’altro la più conosciuta.
Come durata (circa 70 minuti), escludendo la Quinta e l'Ottava - decisamente titaniche - non si scosta dalla media delle altre.
Eppure la Romantica possiede qualcosa di magico, a partire dalla tonalità, quella ariosa e dolce di Mi bemolle maggiore tanto cara a Beethoven e a Schubert.
Il richiamo iniziale del corno, che si diffonde su un tremolo in pianissimo degli archi, apre l’universo romantico del già citato Franz Schubert, di Felix Mendelssohn-Bartholdy, di Carl Maria von Weber e, in  particolare, di Robert Schumann.
Anton Bruckner era convinto che
il futuro della sinfonia dovesse continuare a riconoscersi nelle sue strutture di base, vale a dire in quelle della sinfonia classica di Haydn e Mozart.
La nuova sfida doveva essere quella di riuscire a toccare livelli di tensione emotiva più alti e costanti, in modo da creare una maggiore unità espressiva sia all'interno dei singoli movimenti sia nel contesto globale della composizione.

Le sue esperienze nel canto corale e nella musica organistica (riconducibili sostanzialmente a due capitoli fondamentali della tecnica di scrittura musicale come la polifonia e il contrappunto) hanno condizionato fortemente l'approccio del compositore al genere sinfonico.
Ascoltando la Sinfonia No. 4, Romantica, ci si rende chiaramente conto di quale sia il procedimento applicato dal compositore austriaco.
La sua orchestra si muove in modo globale, almeno in apparenza: le differenze di colori, i fraseggi al suo interno sono innumerevoli e il discorso melodico (ossia orizzontale) e armonico (ossia verticale) evolve sempre con naturalezza, tanto è ferrea la logica che lo governa.
E’ proprio in virtù di quest’ultima che l’orchestra bruckneriana può passare repentinamente dal pianissimo più dolce al fortissimo più veemente, dal cantare più innocente a quello più appassionato.
L’Orchestra Filarmonica di Berlino, storicamente, è una delle maggiori formazioni bruckneriane in assoluto.
Riccardo Muti registrò la Sinfonia No. 4 nel 1986, quando l’orchestra tedesca usciva dal lungo regno di Herbert von Karajan, durato trentacinque anni.
Il maestro italiano aveva di fronte a sé una “macchina perfetta”, che conosce questo repertorio letteralmente a memoria.
Il fascino dell’interpretazione di Riccardo Muti sta innanzitutto nell’aver saputo riscoprire la semplicità di base della Sinfonia, la sua purezza schubertiana, per poi proiettarla in un universo sonoro più esteso, senza mai, per questo, perdere il meraviglioso senso poetico che Bruckner ha evocato fin dal richiamo del corno con cui la Sinfonia si apre.

Richard STRAUSS (1864-1949)
• "Aus Italien"
• "Don Juan"
Berliner Philharmoniker
Registrazione: Gennaio 1989

A differenza dell’omonima opera di Mozart, il poema sinfonico Don Giovanni di Richard Strauss non è ispirato al dramma di Tirso De Molina, ma a quello di Nicolaus Lenau.
In De Molina l’irriducibile seduttore, al vertice della sua “carriera” viene spedito all’inferno; in Lenau si incontra invece un Don Giovanni vecchio e stanco di sé, che viene sfidato a duello da don Pedro di Calatrava.
Quest’ultimo gli rinfaccia la sua vita immorale; don Giovanni gli fa saltare la spada di mano e potrebbe ucciderlo, però non lo fa.
Queste sono le sue ultime parole: “Il mio nemico mortale lo tengo in pugno, ma anche questo mi annoia, come mi annoia l’intera vita” e si lascia trafiggere da Don Pedro.
Il 1903 ha segnato un vero e proprio spartiacque nella carriera di Richard Strauss. In quell’anno, infatti, iniziò a scrivere la sua prima opera destinata al successo: Salomè (successo che non avevano invece ottenuto le precedenti sue opere Guntram e Feuersnot).
Sempre nelllo stesso anno 1903 (con l’importante eccezione di Eine Alpensimphonie che è del 1911), Strauss concluse con la Symphonia domestica il grande ciclo dei  suoi poemi sinfonici.

Nata dalla fantasia di Franz Liszt (1881-1886) e di Hector Berlioz (1803-1869) la forma del poema sinfonico segna il definitivo imporsi dell’ideale romantico e il progressivo abbandono delle forme classiche.
Infatti, se nelle sinfonie di Haydn, Mozart e Beethoven le idee musicali ricorrevano e si alternavano in base ad un preciso schema formale, nel poema sinfonico le idee musicali illustrano o simboleggiano persone ed emozioni appartenenti al testo letterario o allo spunto poetico che il compositore ha inteso mettere in musica.
Il poema sinfonico, in un certo senso, può essere definito una sorta di opera lirica senza cantanti e senza scene.
Richard Strauss, raffinato orchestratore e straordinario direttore d’orchestra, ha maturato nei primi decenni della sua carriera una grande capacità nel "far cantare" l’orchestra e nell'impiegarla come evocatrice delle più diverse atmosfere.
In altre parole, ha sondato ogni possibilità che l’orchestra possiede per raccontare.
Riccardo Muti, dei quattro quadri che compongono la fantasia sinfonica Aus Italien coglie l’aspetto smagliante ma, anche e soprattutto, coglie il cielo velato dalla nebbia della campagna romana, il vago senso di mistero delle rovine della Città Eterna, i riflessi iridescenti del mare di Sorrento, la gaiezza, mai totalmente spensierata, dei quartieri popolari di Napoli.
Il Don Giovanni di Mozart, uno dei cavalli di battaglia di Riccardo Muti, è un dramma giocoso e il maestro italiano
tende a metterne maggiormente in luce l’aspetto drammatico.
Tuttavia, all’irriducibile libertino genialmente dipinto da Mozart in collaborazione con il librettista Lorenzo Da Ponte, rimane ancora quella baldanza che gli impedisce ogni pentimento.
Quello di Strauss-Lenau, invece, è un don Giovanni condannato in vita, tristemente sconfitto dalla sua stessa insaziabile sete di piacere.  E Muti, con la sua interpretazioni di nobile bellezza, ma anche di implacabile rigore, lo condanna come pochi hanno saputo fare.

Joseph HAYDN (1732-1809)
“Die Sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze”
(Le Sette ultime Parole del nostro Redentore in Croce)
Berliner Philharmoniker
registrazione: Febbraio 1991


Le sette ultime parole del Nostro Redentore in Croce nel catalogo
delle opere di Franz Joseph Haydn, pur molto ampio e ricco di capolavori, occupano una posizione di eccellenza.
Nate come composizione orchestrale, rielaborate per quartetto d’archi e, in seguito, per pianoforte, contano anche una versione nella forma dell’Oratorio, vale a dire con solisti vocali, coro e orchestra.
Nelle due versioni unicamente strumentali, le Sette parole comprendono un’introduzione (Maestoso e Adagio), una conclusione (Il terremoto: Presto e con tutta forza) e sette Sonate, con indicazioni dinamiche molto simili che vanno dall’Adagio al Largo, al Grave.
Haydn ha affrontato la non facile sfida di scrivere una composizione ampia (la durata media dell’esecuzione supera i cinquanta minuti) di carattere meditativo, con un preciso percorso spirituale.
E’ evidente che nella versione spettacolare per solisti, coro e orchestra, il messaggio si trasmette in termini più diretti; la verità profonda di questa sublime composizione del musicista austriaco viene però rivelata dalla

sua versione per Quartetto d’Archi.
Non bisogna dimenticare che Franz Joseph Haydn ha portato al loro massimo sviluppo non solo la tecnica di scrittura della Sinfonia, ma anche quella del Quartetto d’Archi, consegnando ai suoi successori, da Mozart a Beethoven, da Schumann a Brahms, fino a Berg e Bartok un vero e proprio laboratorio per i più raffinati esercizi di ricerca tecnica, emozionale e spirituale che la storia della musica europea abbia mai conosciuto.
Ascoltando le Sette parole nella versione quartettistica (due violini, una viola e un violoncello) ci si rende conto di come Haydn vedesse nel suono strumentale una forma parallela del canto, l’ideale continuazione della voce umana.
Riccardo Muti, sfruttando appieno le possibilità della Filarmonica di Berlino, riesce a realizzare nella versione orchestrale del capolavoro haydniano l’ideale purezza e la limpida trasparenza che strutturalmente risiedono nella versione quartettistica.
Il Quartetto d’Archi, per definizione, permette di creare effetti di tensione emotiva e di slancio espressivo estremi; effetti questi che il Maestro Muti raggiunge con l’orchestra.
La sua interpretazione delle Sette ultime parole è ispirata dall’idea del canto, inteso nel suo significato più nobile e profondo.


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