Wolfgang Amadeus Mozart:
• Sinfonia No 40 in sol minore
KV 550
Sergej Prokofiev:
• Sinfonia classica op. 25
Franz Schubert:
• Sinfonia No 6 in Do maggiore
D 589 (“Piccola Do maggiore”)
Franz Schubert (1797-1828)
Wiener Philharmoniker
Pubblicazione dell’integrale: 1993
Se esiste un compositore che appartiene in maniera “genetica” ai Wiener Philharmoniker questo è proprio Schubert; è vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, con Beethoven e Haydn “presenti”, non ha mai lasciato Vienna, tutto è ruotato attorno alla sua città e ai suoi luoghi e le sue sinfonie, se da una parte riflettono il suo mondo adorato del Lied e della Danza popolare, dall’altra (si pensi all’ultima grande sinfonia) riflettono già gli spazi cosmici che saranno di un altro grande viennese: Anton Bruckner.
Quindi un magistrale interprete di Mozart, Haydn e Beethoven come Riccardo Muti, avrebbe potuto solo eccellere nell’incisione di un’integrale schubertiana, soprattutto se lo “strumento” a sua disposizione fossero stati i Wiener Philharmoniker.
Non dimentichiamo poi l’italianità profonda di Schubert dimostrata, oltre che in decine di Lieder, in numerosissimi brani pianistici e orchestrali e soprattutto in impareggiabili pagine provenienti dalle sue dieci e più opere liriche che, per vari motivi, non hanno avuto la fortuna di rimanere in repertorio.
Le esecuzioni di Riccardo Muti sono un caleidoscopio di emozioni e di sentimenti, espressi con una sincerità e una adeguatezza che ben ribadisce spogliandola però di ogni retorica la celebre affermazione secondo la quale la musica di Schubert è come lo sguardo di una persona che da un occhio piange e da un occhio ride.
Wolfgang Amadeus Mozart
(1756-1791)
• Sinfonia No. 40 in sol minore, KV 550
• Sinfonia No. 36 in do maggiore, KV 425 “Linz”
Wiener Philharmoniker
Registrazione: Wien, Musikverein 1991
Questa registrazione presenta la scelta di due sinfonie mozartiane assai diverse fra loro: la malinconica e pressochè tragica sinfonia No. 40 in sol minore e la spigliata e ridente sinfonia No. 36 in do maggiore, denominata “Linz”.
Ovviamente la musica di Mozart, così come quella di Beethoven, Schubert, Brahms e Bruckner, appartiene all’Orchestra filarmonica di Vienna in tutti i suoi aspetti.
In più, proprio per quanto riguarda l’interpretazione mozartiana, i Wiener la permeano della loro esperienza operistica maturata in centinaia di serate di lavoro passate alla Staatsoper.
Riccardo Muti, che ha sempre vissuto Mozart come il compositore diretto e schietto che bandisce ogni retorica ed esprime i sentimenti pur mantenendo i suoi magici equilibri formali, non poteva che trovare ancora una volta nell’orchestra filarmonica di Vienna lo strumento ideale per realizzare due interpretazioni bellissime nella loro ricchezza di pulsioni e di chiaroscuri.
In un inizio Ottocento in cui l’Italia musicale eccelleva dentro e fuori i suoi confini per i compositori di opere liriche, l’unico artista che sapesse tenere il passo nel campo strumentale era Niccolò Paganini (Genova 1782 Nizza 1840).
Erede dell’arte violinistica del secolo d’oro di maestri quali Antonio Locatelli, Francesco Gemignani, Arcangelo Corelli, Antonio Vivaldi, il musicista genovese riuscì a proiettare il violino nel pieno Romanticismo, diventando così, sia come compositore che come interprete, il protagonista di una rivoluzione che trova solamente due altri paragoni (questa volta però nella storia di un altro strumento, il pianoforte): Frédéric Chopin (1810-1849) e Franz Liszt (1811-1886).
Sia Chopin sia Liszt sono state due figure eminenti di compositori-interpreti in grado di forzare (entrambi secondo il proprio temperamento) i limiti del pianoforte unicamente in funzione deQuesto è proprio ciò che anche Niccolò Paganini ha fatto. Se è vero che egli non ha mai scritto musica vocale né, tantomeno, opere liriche è però vero che la ricerca della linea del canto e dell’espressione cantabile, è presente in maniera assoluta in qualsiasi sua composizionella ricerca espressiva.
Come per ogni grande, il valore della sua opera è assoluto, tanto da superare le peculiarità dello strumento stesso.
Infatti non è un caso che il già citato Franz Liszt si sia interessato all’opera dell’autore italiano per scrivere i suoi “Six études d’après Paganini” e, soprattutto, per trascrivere il finale del Concerto No. 2 per violino e orchestra (la celebre “Campanella”), esercizio in cui si cimentò pure Ferruccio Busoni.
Queste riflessioni sono state suggerite dall’ascolto di una registrazione effettuata dal vivo nell’ottobre del 1995 del “Concerto per violino e orchestra No. 4 in re minore” di Niccolò Paganini con il violinista Gidon Kremer, accompagnato dai Wiener Philharmoniker diretti da Riccardo Muti.
Gidon Kremer si distingue - nel pur notevole numero degli eccellenti virtuosi presenti attualmente sulla scena internazionale per aver sempre rifiutato di entrare nei perversi meccanismi di mercato che trasformano un solista molto dotato in un “routinier” di lusso.
Quelle rare volte che si mette a fare il solista di un grande concerto sinfonico nel senso più tradizionale del termine lo fa perché c’è qualcosa di significativo da sperimentare, come nel caso di questa registrazione.
Qui si tratta di suonare un Paganini non certo scontato (solitamente si eseguono i primi due concerti), accompagnato da un’orchestra che ... non accompagna, ma fa musica insieme, assecondato da un direttore che è in grado di stare al gioco proprio perché se da una parte ha tutte le doti del direttore sinfonico, dall’altra ha tutte quelle del direttore operistico.
Gidon Kremer, con la libertà e con il rigore che gli sono propri, suona questo concerto di Paganini in maniera totalmente affascinante.
Irride ogni difficoltà, dai bicordi ai tricordi, agli spiccati, ai flautati, ai pizzicati con la mano sinistra; canta le parti melodiche con la soavità di una voce d’angelo e arriva alla cadenza del primo movimento dove, su alcuni spunti di un brano per violino solo “A Paganini”, del compianto Alfred Schnittke, esegue una cadenza da lui composta, che è tutta un arabescare, un gioco di specchi, che invece di offendere l’orecchio per le molti dissonanze che presenta, appare come un riflesso estremo delle acrobazie vertiginose che Paganini ha inanellato nel corso del primo movimento del concerto.
Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker partecipano al gioco come meglio non si può immaginare e tanto basti.
L’incanto tuttavia prosegue.
Dopo il “Concerto No. 4 per violino e orchestra” viene proposta una registrazione in studio della “Sonata Varsavia” per violino e orchestra, formata da un’introduzione e da sette variazioni, composta nel 1829, allorché Paganini si trovava in Polonia.
Si tratta di una composizione deliziosa, di cui è pervenuta solamente la parte solistica.
Il pianista e musicologo Pietro Spada ha provveduto, nel 1994, a realizzarne un’orchestrazione di gusto assai raffinato.
Robert SCHUMANN (1810-1856)
WIENER PHILHARMONIKER
Direttore: Riccardo MUTI
• Sinfonia No. 1 in Si bemolle maggiore op. 38 - Frühlingssymphonie
(Registrazione: Maggio 1993
• Sinfonia No. 2 in Do maggiore op. 61
(Registrazione: Ottobre 1995)
• Sinfonia No. 3 in Mi bemolle maggiore, op. 97 - Renana (Registrazione: Ottobre 1993)
• Sinfonia No. 4 in re minore, op. 120 (Registrazione: Maggio 1993)
Le quattro Sinfonie di Robert Schumann sono uno splendidi ritratti del primo Romanticismo tedesco. Da una parte riflettono l'eleganza e la raffinata sensibilità delle Sinfonie di Joseph Haydn e Wolfgang Amadeus Mozart, dall'altra la malinconia e l'irrequietezza di quelle di Franz Schubert.
L'aspetto schubertiano cela fatalmente la presenza dello spirito di Ludwig van Beethoven, che il compositore viennese ha fatto esplodere nella Sinfonia No. 8 in Do maggiore La Grande D 944 e che Schumann ha liberato in ognuna delle sue quattro Sinfonie. La scrittura orchestrale dell'Autore tedesco è molto differenziata al suo interno, nel senso di una ricerca timbrica e di effetti dinamici inusuale.
Ad un punto tale che alle partiture delle sue Sinfonie vennero apportate - sicuramente in buona fede - delle correzioni, anche da personalità quali, ad esempio, Gustav Mahler ...
Schumann non commetteva errori: era semplicemente in anticipo sul gusto dell'epoca. La sua intenzione era quella di tradurre nei termini della sinfonia classica un mondo poetico che, proprio grazie a lui, stava profondamente cambiando.
E' interessante notare come il grande rivoluzionario Schumann che - in virtù della libertà di espressione stava contribuento come pochi all'eliminazione degli schemi formali del Classicismo - sentisse la necessità di trovare una sintesi fra passato, presente e futuro.
Nelle sue Sinfonie riuscì a proiettare la ricchezza poetica dei suoi cicli di raccolte di pezzi brevi per pianoforte e dei Lieder per canto e pianoforte.
Riccardo Muti dirige regolarmente i Wiener Philharmoniker nel repertorio viennese, che stanno all'origine delle quattro Sinfonie di Robert Schumann.
La registrazione dei capolavori del compositore tedesco con questi interpreti appare come il proseguimen- to di un percorso naturale.
Il principale merito di queste interpretazioni - al di là dell'incante- vole bellezza di ogni frase e di ogni effetto d'insieme - sta nel fatto che il Maestro italiano è riuscito a trovare l'ideale equilibrio fra abbandono melodico e slancio sinfonico:
i momenti di puro canto affidati a questa o a quella classe strumentale e gli interventi solistici appaiono dal tutti orchestrale e scompaiono in esso con quell'inimitabile effetto che ha una voce quando appare e scompare a causa del vento.
Ludwig van BEETHOVEN (1770-1826) Wiener Philharmoniker Direttore: Riccardo Muti
•Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 61
(solista: Vadim Repin)
(Registrazione: Febbraio 2007
Vienna, Musikverein)
Ludwig van Beethoven dedicò al suo strumento, il pianforte, ben trentadue sonate e cinque concerti.
Dal punto di vista stilistico, estetico e filosofico il percorso compiuto con le Sonate è paragonabile a quello delle Sinfonie e dei Quartetti per archi.
Di questi tre generi l'Autore tedesco si occupò per tutta la vita. Per quanto riguarda i Concerti per pianoforte e orchestra, invece, le cose cambiano molto.
L'ultimo, Il no. 5 in Mi bemolle maggiore op. 73 "Imperatore", venne scritto infatti nel 1809 e la sua prima esecuzione ebbe luogo nel 1811, vale a dire sedici anni prima della morte dell'autore.
Con i suoi concerti pianistici Beethoven ha compiuto tuttavia una rivoluzione i cui effetti si sono proiettati non solo fino ai concerti di Schumann, Mendelssohn e Liszt, ma anche a quelli di Busoni, Rachmaninoff e Bartók.
Il contributo beethoveniano alla storia del concerto solistico per violino è ancora più esemplare.
Accanto alle dieci Sonate per violino e pianoforte, che riflettono per molti aspetti l'evoluzione delle sonate pianistiche, Beethoven scrisse un solo Concerto per violino e orchestra, la cui modernità rispetto all'epoca gli impedì per decenni di imporsi all'attenzione della critica e ai favori del pubblico. Beethoven, partendo dal concerto solistico di stampo classico, con il violino che si stacca dal "tutti" dell'orchestra in maniera autonoma, ma sostanzialmente sempre legato al discorso di base dell'orchestra stessa, ha completamente emancipato il violino solista, rendendolo un interlocutore dell'orchestra con cui è chiamato a giocare ad armi pari.
In questo senso nel primo movimento del Concerto in Re maggiore op. 61, Allegro ma non troppo, il violino sfoggia sul medesimo piano il suo registro lirico e quello virtuosistico e il fatto di confrontarsi con grande vivacità con l'orchestra mette in risalto come mai prima di allora le sue possibilità espressive.
Il secondo movimento Larghetto è una romanza dove il violino sfoggia tutto il suo lirismo, dagli accenti più sommessi a quelli più vertiginosi.
Il Rondò finale appartiene senza dubbio alle pagine più gioiose ed estroverse di Beethoven, con il violino solista che conduce le danze in un gioco spensierato con l'orchestra.
Giuoco spensierato che trova nel solista Vadim Repin un interprete stupendo, assecondato com'è da Riccardo Muti che dirige l'Orchestra filarmonica di Vienna in punta di bacchetta.
Questo Rondò è preceduto da un incantevole Larghetto e da una stupenda interpretazione dell'Allegro ma non troppo.
Solista, direttore e orchestra danno del capolavoro beethoveniano una versione di rara bellezza, dove la qualità esecutiva è al servizio di un far musica ricco di emozioni e di sfumature.
Wolfgang Amadeus Mozart
(1756-1791)
"COSÌ FAN TUTTE"
Wiener Philharmoniker
Registrazione: 1982
“Così fan tutte”, all’inizio degli anni ottanta, è stato il primo grande successo mozartiano di Riccardo Muti al Festival di Salisburgo.
Successo che durò per ben dieci stagioni, diventando così una pietra miliare del celebre festival austriaco e confermando ulteriormente il maestro italiano fra i più illuminati interpreti del Compositore.
La presente registrazione è stata effettuata agli inizi di questo fortunato periodo con un grande cast e con un’Orchestra Filarmonica di Vienna in stato di grazia.
Già allora, con Muti, aveva raggiunto quell’empatia che i celebri “Wiener” orgogliosi di non avere un maestro stabile nella loro storia hanno conosciuto con pochi.
“Così fan tutte”, attraverso l’organizzazione di una farsa (il filosofo Don Alfonso con la complicità della fantesca Despina riese a dimostrare ai due cavalieri Guglielmo e Ferrando che le loro promesse spose Dorabella e Fiordiligi non sono poi così fedeli come loro credono) si trasforma in un gioco amaro.
I due cavalieri da una parte scoprono che le loro promesse spose non sono assolutamente fedeli, ma dall’altra si rendono conto di amarle comunque.
E questo vale anche per le due donne.
La genialità di Mozart sta nel fondere attraverso la sua musica due sentimenti così diversi come la gioia e l’amarezza; Riccardo Muti, attraverso un’interpretazione di sensibilità rara, riesce a realizzare questa fusione in modo impareggiabile.
Wolfgang Amadeus Mozart
(1756-1791)
"LE NOZZE DI FIGARO"
Wiener Philharmoniker
Pubblicazione: 1987 E’ opinione assai diffusa che “Le Nozze di Figaro”, fra le grandi opere di Mozart, sia quella più ricca dal punto di vista musicale: ricchezza di temi, di armonie, di colori, di effetti e di affetti.
Un parere certo opinabile come tutti i pareri; quando si ascolta l’interpretazione che Muti ha registrato nell’anno 1987 alla testa dei Wiener Philharmoniker, si è portati però a condividere questa opinione.
Le “Nozze” con Muti, assecondato da quel meraviglioso strumento che è l’orchestra viennese e alla guida di un cast di gran lusso (che, come di consueto, ha voluto e saputo istruire come pochi sanno fare) sono di un fiorire lussureggiante e di una malinconia che invade ma, sempre e comunque, pervase da una voglia di vivere che sospinge verso il futuro.
Ancora una volta Riccardo Muti è riuscito ad entrare in sintonia con l’animo mozartiano e a renderne la bellezza agli ascoltatori.
Wolfgang Amadeus Mozart
(1756-1791)
"DON GIOVANNI"
Wiener Philharmoniker
Registrazione: 1990
Questa edizione del “Don Giovanni”, registrata in studio, è il riflesso diretto dello straordinario ciclo di esecuzioni dei tre capolavori di Mozart, su libretto di Lorenzo da Ponte, che Riccardo Muti diresse alla testa degli impagabili Wiener Philharmoniker al Theater an der Wien sul finire degli anni ‘80.
Ancora una volta il maestro italiano riuscì a conquistare gli artisti viennesi storici depositari di questo repertorio con il suo inflessibile ma mai pedante rigore da una parte e dall'altra con quella vivacità di spirito che solo un musicista formatosi alla scuola napoletana (notoriamente una fusione di cultura italiana, tedesca e francese) può avere. Ne risulta un “Don Giovanni” di felicissima unità musicale e drammaturgica, dove il discorso tra parti vocali e parti orchestrali procede con quella varietà di atmosfere e di umori, ora impalpabili, ora massicci, ora sognanti, ora angosciosi, che il Don Giovanni nella sua misteriosa ambiguità di dramma giocoso contiene.