Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Concerto per pianoforte e orchestra No. 3 in do minore, Op. 37
Registrazione: 1977
Pubblicazione: 1978
Rimasterizzazione digitale 1987
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Concerto per pianoforte e orchestra No. 22 in mi bemolle maggiore, KV 482
Registrazione: 1979
Pubblicazione: 1983
Rimasterizzazione digitale 1987
Questa registrazione testimonia lo straordinario incontro fra il giovane Riccardo Muti e Svjatoslav Richter, quell’immenso pianista che da alcuni anni (si era alla fine degli anni ’70) incantava anche il pubblico europeo ed americano.
Richter rimase colpito da Muti in occasione dei concerti che diedero assieme al “Maggio Musicale Fiorentino”.
Si racconta questo aneddoto:
Dopo la prima prova a due pianoforti, il mitico “Slava” si confidò con alcuni amici dicendo: “Se questo giovane dirige come suona, penso proprio che non ci sarà veramente di che preoccuparsi ..."
Le esecuzioni sono splendide: ad un Richter dolce ed ispirato, flessibilissimo ed austero, risponde un Riccardo Muti che intuisce con la sensibilità favolosa che gli è propria ogni minima variazione della linea di canto e dell’atmosfera espressiva del solista.
Fra i gioielli più splendidi dell’ampia discografia che Riccardo Muti ha registrato con la Philharmonia Orchestra di Londra é da citare il CD dedicato a due capolavori vocali-strumentali di Antonio Vivaldi: il “Magnificat” RV 611
e il “Gloria” RV 589.
Pubblicato nel 1977, questo CD (mezzo-soprano Teresa Berganza, contralto Lucia Valentini-Terrani, Philharmonia Chorus, preparato dal suo fondatore Norbert Balatsch) - non ha perso nulla della sua bellezza e della sua attualità.
Riccardo Muti dirige un Vivaldi fraseggiato con la naturalezza che solo chi conosce fino in fondo l’arte del canto è capace di trasmettere a solisti vocali, coristi e strumentisti.
Lo stesso dicasi per l’equilibrio formale che l’interpretazione di Muti vanta, attenta com’è all’estetica vivaldiana, così legata allo sfruttamento degli spazi offerti dai luoghi per cui queste musiche venivano scritte (dalla Basilica di San Marco a Venezia al Duomo di Siena, per non elencarne che due).
Inoltre, il direttore d’orchestra italiano, assecondato al meglio da solisti, coro e orchestra, dirige questi due capolavori vivaldiani con tutto lo slancio e la convinzione che essi meritano, ma non per questo rinunciando all’eleganza.
Robert Schumann (1810-1856)
Symphonien 1-4
Ouvertüren Die Braut von Messina (Registrazione 1977) Hermann und Dorothea (Registrazione 1978)
Sinfonia No. 1 (Registrazione 1978)
Sinfonia No. 2 (Registrazione 1977)
Sinfonia No. 3 (Registrazione 1977/78)
Sinfonia No. 4 (Registrazione 1976)
Pubblicazione: 1979
Rimasterizzazione digitale: 1991
Philharmonia Orchestra
Robert Schumann, romantico per eccellenza, è un compositore che è sempre stato affine a Riccardo Muti; dalla parte di Schumann per il suo slancio e per la sua ricchezza di luci ed ombre, viceversa, dalla parte di Muti per la sua profonda passionalità unita ad un fatale rigore esecutivo.
Queste registrazioni sono tra i primi risultati della collaborazione del Maestro con la Philharmonia Orchestra (reduce dalle straordinarie stagioni di Herbert von Karajan e di Otto Klemperer) che Muti ha saputo risollevare dalla stagnazione in cui si trovava per riportarla ai massimi vertici. Lo Schumann del maestro italiano è classico e visionario nel contempo, poetico, appassionato,
e quelle turbolenze che gli si vedevano anche nel suo Verdi ormai storico di quegli anni (erano gli anni della sua direzione al Maggio Musicale Fiorentino) sarebbero sfociate altrove in altri diversi indimenticabili risultati.
Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893)
Sinfonia No. 1 in sol minore, op. 13 (registrazione 1976)
Sinfonia No. 2 in do minore, op. 17 (Registrazione 1978)
Sinfonia No. 3 in Re maggiore, op. 29 (registrazione 1978)
Sinfonia No. 4 in fa minore, op. 36 (registrazione 1980)
Sinfonia No. 5 in mi minore, op. 64 (registrazione 1979)
Sinfonia No. 6 in si minore, op. 74 (registrazione 1980)
Ouverture-fantasia Romeo e Giulietta (registrazione 1978)
New Philharmonia Orchestra
Pubblicazione: 1991
Nessuno dubita che delle sei sinfonie di Tchaikovsky le più belle siano le ultime tre, strettamente legate al tema del destino.
Esse culminano in quella sorta di requiem laico "La Patetica", simbolo scorato di un'esistenza vissuta fra nevrosi e angosce sulla quale miracolosamente risplendeva quella genialità unica che permetteva al compositore russo di mettere in musica quelle sue emozioni per regalare al mondo alcune fra le opere più amate di ogni tempo. Tuttavia, se si pone l'attenzione anche sulle prime tre sinfonie, note con gli appellativi di, rispettivamente, "Sogni
d'inverno", "Piccola Russia", "Polacca", ci si rende conto di come Tchaikovsky nella fase più serena - o se vogliamo meno angosciata - della sua vita, abbia scritto pagine che, pur distanziandosi dal genere in cui egli era maestro in quegli anni (il balletto), sono di scintillante bellezza, con molte rievocazioni classiche ma, pure, con una sensibilità tutta russa, a dispetto dei suoi colleghi appartenenti al gruppo dei cinque - da Mussorgski a Borodin, per non nominarne che due - che lo ritenevano un occidentalista.
Riccardo Muti, alla fine degli anni settanta, era alla testa della Philharmonia Orchestra di Londra, che delle sinfonie tchaikovskiane ha sempre fatto un cavallo di battaglia.
Egli guida l'orchestra inglese con lo slancio e con l'abbandono di chi è sempre stato conquistato da Tchaikovsky, ma anche di chi, nell'autore russo, ha sempre riconosciuto il musicista che amava e rispettava la sobrietà di Mozart.
Felix Mendelssohn (1809-1847)
• Sinfonia No. 3 in la minore op. 56 Scozzese
• Sinfonia No. 4 in La maggiore op. 90 Italiana
New Philharmonia Orchestra
Registrazione: 1977
Rimasterizzazione digitale 1989
Felix Mendelssohn-Bartholdy
(1809-1847) ha avuto in dono un talento musicale straordinario: freschezza della vena melodica, sconfinata inventiva, intelligenza strutturale perfetta, sensibilità profonda. A differenza della quasi totalità degli artisti di quel tempo, il compositore è nato in una situazione finanziariamente agiatissima, il che gli ha permesso di sviluppare al meglio la sua curiosità intellettuale, grazie ad una caparbietà pari solamente al suo talento. Basti dire che a lui dobbiamo la riscoperta di Johann Sebastian Bach e la fondazione del Conservatorio di Lipsia. La Sinfonia No. 3 in la minore op. 56 "Scozzese" e la Sinfonia No. 4 in La maggiore op. 90 "Italiana" appartengono alle pagine più famose dell’intero repertorio sinfonico.
Scritte secondo lo schema classico in quattro movimenti (i modelli a cui fa riferimento Mendelssohn sono quelli di Haydn e Mozart) illustrano due atmosfere sensibilmente diverse fra loro, come indicato dai rispettivi titoli.
La “Scozzese” è in la minore, una tonalità cupa e drammatica, mentre l’ "Italiana" è in La maggiore, una tonalità allegra e solare.
Mendelssohn, però, non traccia due semplici bozzetti dove rievoca i paesaggi brumosi e le luci diffuse della Scozia da una parte e le atmosfere ariose e le luci splendenti dell’Italia dall’altra.
Attraverso una scrittura agilissima, in filigrana, costruisce un discorso melodico e armonico di straordinario fascino, che non si limita a dipingere i paesaggi a cui le sinfonie si riferiscono, ma ne evoca le emozioni in modo impagabile.
Riccardo Muti ha sviluppato la sua interpretazione partendo proprio da questo punto.
Dirigendo la Philharmonia Orchestra, uno strumento che ha preparato con rigore estremo, il Maestro italiano fa letteralmente scaturire la musica di Mendelssohn in tutti i suoi guizzi, le sue folate, i suoi abbandoni, i suoi colori cangianti, le sue fragranze.
Eppoi, c’è sempre quel nobile, classico equilibrio che ricorda Haydn e Mozart, gli autori a cui Mendelssohn guardava con amore e rispetto.
Carl ORFF (1895-1982)
• Carmina Burana
Philharmonia Chorus & Orchestra
Registrazione: 1979
Rimasterizzazione digitale 1997
Carl Orff deve la sua notorietà quasi esclusivamente ai Carmina Burana, una spettacolare cantata scenica per soprano, tenore, baritono, coro di voci bianche, coro misto e orchestra, suddivisa in tre parti. Il titolo di queste “Cantiones profanae” allude al convento di Benediktbeuern, situato nelle Alpi bavaresi, dove nel 1803 vennero scoperti dei manoscritti medioevali con circa duecento canzoni, provenienti da tutta Europa. Tali canzoni sono in latino, tedesco antico e francese antico e trattano di soggetti sacri e profani.
Per comporre i Carmina Burana, Orff adattò liberamente alcuni di questi testi; le melodie sono tutte di suo pugno visto che, allora, quelle originali non erano ancora state ritrovate. Carmina Burana è un’opera spettacolare e suggestiva, che entusiasma il pubblico fin dal primo ascolto.Non sorprende quindi il fatto che esistano numerose registrazioni discografiche e che il cinema vi abbia spesso fatto ricorso: l’esempio più celebre è quello del film “Excalibur” di John Boorman: il coro “Fortuna Imperatrix Mundi” accompagna la galoppata dei Cavalieri del Sacro Graal attraverso il bosco di ciliegi in fiore.
“Maggiore è l’essenzialità dell’espressione, maggiore è la sua semplicità e più i suoi effetti saranno diretti e possenti.” Queste parole sono proprio di Carl Orff a proposito della tecnica impiegata nei Carmina Burana.
E’ senza dubbio questa la chiave di lettura che Riccardo Muti ha scelto per la sua interpretazione dei “Carmina”.
Egli ha trovato il giusto taglio nella retorica, nella violenza, nel sarcasmo, di un’opera di per sé eccessiva ma, malgrado ciò, geometricamente perfetta.
Giuseppe Verdi (1813-1901)
Macbeth
Ambrosian Opera Chorus
New Philharmonia Orchestra
Registrazione: 1976
Rimasterizzazione digitale: 1986
Macbeth, notoriamente, è fra le opere decisive dello sviluppo drammaturgico e musicale dell’arte di Giuseppe Verdi.
Il trentacinquenne Riccardo Muti, direttore ormai affermato, in questa edizione del capolavoro tratto da Shakespeare, impegna tutta la sua passione irrequieta, ma anche tutta la sua capacità e il suo rigore analitico nel vedere oltre la partitura, nell’immaginare gli spazi nuovi che Verdi lascia ben più che intravvedere.
Con a sua disposizione un cast stellare, da Sherrill Milnes a Fiorenza Cossotto, da Ruggero Raimondi a José Carreras, Riccardo Muti, seguito come un’ombra dai complessi inglesi, regala una versione scolpita e a tratti esaltante dell’opera forse più stregonesca di Giuseppe Verdi.
Manfred, un imponente lavoro sinfonico in quattro movimenti, ispirato all’omonima cantata drammatica di George Byron è, sicuramente, assieme alla sesta sinfonia “Patetica”, l’assoluto capolavoro del genere di Tchaikovsky.
Eppure, è molto meno conosciuto dell’ultima sinfonia “ufficiale” la “Patetica” appunto una sorta di requiem laico del compositore di San Pietroburgo, che morì a soli 53 anni.
Manfred è l’eroe condannato a non morire, perché deve espiare l’uccisione della sorella-amata.
Tschaikovsky traduce i sentimenti di disperazione e delirio, le isole di illusione e di pace con una maestria assoluta, ma soprattutto con una carica emotiva conturbante.
Riccardo Muti, alla guida della Philharmonia, riesce a realizzare in tutto e per tutto il fascino controverso di questa partitura, trascinando l’ascoltatore in un percorso che alla fine lo lascia letteralmente senza fiato.
Giuseppe Verdi (1813-1901) Nabucco
Philharmonia Orchestra
Registrazione: 1978
Rimasterizzazione digitale: 1986
La prima edizione discografica che Riccardo Muti curò del Nabucco verdiano risale agli anni della Philharmonia Orchestra; è infatti stata pubblicata nel 1978, con un cast del tutto inarrivabile.
Il maestro italiano coglie d’istinto l’essenza musicale drammaturgica di Nabucco; un Verdi immediato e scabro, ma quanto lirico e pieno di abbandoni laddove questo è necessario.
In quegli anni il recupero della musica del primo Verdi a una dignità che finalmente non avesse più nulla della musica bandistica era solo all’inizio.
La presente incisione, in questo contesto, rappresenta una pietra miliare.
Christoph Willibald Gluck (1714-1787)
Orfeo ed Euridice
Philharmonia Orchestra
Pubblicazione: 1982
Rimasterizzazione digitale: 1997
Cast stellare per questa registrazione in studio del capolavoro di Gluck Orfeo ed Euridice, effettuata a Londra nel 1982.
Nei ruoli in titolo Agnes Baltsa (Orfeo) e Margaret Marshall (Euridice); nel ruolo di Amore Edita Gruberova.
Il Gluck di Muti, in quel momento della sua ricerca stilistica, è spettacolare, sontuoso, ma mai eccessivo.
Ancora una volta, come nel caso del suo Mozart e del suo Haydn, i momenti di grande impatto scenico e quelli pieni di slancio rifuggono l'esteriorità, ma sono sempre riconducibili ad una precisa linea stilistica; la stessa a cui si possono ricondurre le fasi liriche, dove il canto, pur nel suo abbandono si distanzia da ogni retorica e leziosità.
Se è vero che la principale lezione che Gluck ha voluto dare alla musica è quella di riuscire ad esprimere l’universo dei sentimenti attraverso una totale sobrietà di stile, à anche vero che la sobrietà di stile dell’autore tedesco non deve essere scambiata per accademismo.
Questo Riccardo Muti dimostrava di averlo capito già fin dagli anni di questa registrazione e lo avrebbe ribadito durante tutto il periodo del suo lungo impegno al Teatro alla Scala.
Gaetano Donizetti (1797-1848) Don Pasquale
Philharmonia Orchestra
Ambrosian Opera Chorus
(Maestro del coro John McCarthy)
Registrazione: 1982
L'opera Don Pasquale di Gaetano Donizetti occupa un posto di rilievo nella carriera di Riccardo Muti.
Nel 1971 ha segnato il suo debutto al Festival di Salisburgo e nel 2006 è stata la prima opera che ha diretto con l'Orchestra giovanile "Luigi Cherubini", da lui fondata due anni prima.
Inoltre Riccardo Muti, nel 1984, ha registrato il capolavoro donizettiano con un cast semplicemente favoloso: Sesto Bruscantini, Mirella Freni, Leo Nucci, Gösta Winbergh e Guido Fabbris.
Il problema principale nell'interpretazio- ne di Don Pasquale sta nel riuscire a rendere la profondità psicologica dei personaggi, senza però tralasciare la leggerezza e l'ironia su cui l'opera stessa si basa.
Riccardo Muti in questo è straordinario.
Grazie alla completa padronanza della drammaturgia del lavoro, muove un'orchestra agilissima, in totale sintonia con i cantanti.
Questi ultimi si esprimono al meglio, coinvolti in un gioco di sublime fascino.
Quello di Don Pasquale è il gioco della vita. L'opera ha un lieto fine, però, al pari del Così fan tutte di Mozart c'è chi rimane con l'amaro in bocca.
Uno degli aspetti più affascinanti dell'interpretazione di Riccardo Muti (che tra l'altro è anche impareggiabile interprete di Così fan tutte) è di riuscire a cogliere quelle sfumature con cui Donizetti avvicina la gioia ai sogni infranti.