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muti.ch>discografia scelta>CD Riccardo Muti in ordine di compositore>Ludwig van Beethoven


Ludwig van BEETHOVEN (1770-1826)
The Philadelphia Orchestra
CD 1
• Sinfonia No. 5 in do minore, op. 67
CD 2
• Sinfonia No. 2 in Re maggiore, op. 36
CD 3
• Sinfonia No. 3 in Mi bemolle maggiore, "Eroica", op. 55
• Ouverture da "Fidelio", op. 72b
• Ouverture "La Consacrazione della casa", op. 124
CD 4
Sinfonia No. 6 in Fa maggiore "Pastorale", op. 68
• Ouverture "Leonore" No. 3, op. 72a
CD 5
• Sinfonia No. 7 in La maggiore, op. 92
• Sinfonia No. 8 in Fa maggiore, op. 93
CD 6
Sinfonia No. 9 in re minore, op. 125

Le nove Sinfonie di Ludwig van Beethoven segnano da ogni punto di vista - da quello artistico a quello tecnico, da quello storico a quello dell'
impatto sociale - la fine del Classicismo. Il compositore tedesco, nato a Bonn e trasferitosi a Vienna all'età di 22 anni, raccogliendo l'eredità artistica di Franz-Joseph Haydn (1732-1809) e Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) ha ridefinito il ruolo del musicista nella società dell'epoca.
Fino ad allora il musicista era al servizio della Chiesa o della Corte (o, comunque, di un'autorità che lo stipendiava), condizione questa che influiva evidentemente sulla sua creatività.

L'artista, per essere pienamente fedele a sè stesso, deve poter spaziare con la fantasia e vivere in maniera indipendente del suo lavoro. In altri termini, egli crea solamente quando si sente stimolato e motivato da un'ispirazione individuale oppure da un'occasione esterna.
Prendendo ad esempio la produzione sinfonica dei due maggiori esponenti del Classicismo (Franz-Joseph Haydn (104 Sinfonie) e Wolfgang Amadeus Mozart (41 Sinfonie) e confrontandole con quella di Beethoven (9 Sinfonie) si nota chiaramente la grande disparità numerica fra quella dei primi due e quella del terzo.
Ad eccezione della I, della II e dell'VIII, le Sinfonie di Beethoven sono molto più ampie di quelle degli altri due Autori.
Questo vale anche per le altre composizioni di maggiore impegno: dai concerti solistici alle sonate per pianoforte, dai quartetti per archi alla sua unica opera lirica (Fidelio).
Il genio di Ludwig van Beethoven era formato, in ugual misura, da un talento miracoloso e da un'indomabile volontà; ciò che nasceva dal talento veniva forgiato dalla volontà.
L'idea musicale per Beethoven è sempre stata l'elemento motore di un discorso logico e strutturato - che partiva da quanto i Maestri che lo avevano preceduto avevano realizzato - per lanciarsi verso nuove sfide; tali esperienze, per ardite che fossero, non avrebbero mai dovuto perdere la continuità con il filo della storia, ovvero con la logica del disegno strutturale da cui prendevano le mosse.
Se Beethoven è stato il più grande rivoluzionario della prima metà dell'Ottocento musicale (il più grande della seconda metà è stato Richard Wagner) è proprio perchè ha avuto la genialità di capire che era possibile toccare stati emotivi mai raggiunti in precedenza inserendo in un contesto formale simmetrico noto, elementi asimmetrici inediti.
Il compositore crea così degli squarci che, proiettandosi dal passato verso il futuro, dal noto verso l'ignoto, attirano l'ascoltatore in un vortice ipnotico.
Beethoven compose la sua Prima Sinfonia (in Do maggiore, op. 21) fra il 1799 e il 1800.
Lui stesso ne diresse, il 2 aprile di quell'anno al National Hoftheater di Vienna, la prima esecuzione.
Già in apertura del primo movimento (Adagio molto - Allegro con brio) Beethoven pone le basi per la sua rivoluzione.
La Sinfonia si apre su un accordo dissonante, ciò che rappresenta un elemento di rottura rispetto al passato.

Così facendo Beethoven indica con chiarezza la sua intenzione di forzare i limiti del genere sinfonico fino a sconvolgerlo, fino a giungere alla Nona Sinfonia, in re minore op. 125, dove ai quattro tradizionali movimenti strumentali se ne aggiunge un quinto, che prevede l'intervento del coro misto e di quattro solisti vocali.
Per il pubblico dell'epoca sarà sicuramente stato uno shock ascoltare una Sinfonia che, invece di aprirsi in modo rassicurante, inizia in modo così disorientante.
Nelle prime due Sinfonie di Beethoven (la No. 1 in Do maggiore op. 21 e la No. 2 in Re maggiore op. 36) le idee di rassicurante e disorientante ricorrono spesso.
La struttura di base è logicamente quella classica di Franz-Joseph Haydn e di Wolfgang Amadeus Mozart, musicisti ammirati da Ludwig van Beethoven.
Ad un'analisi superficiale si potrebbe pensare che il compositore di origine tedesca si sia riferito ai suoi due predecessori austriaci soprattutto per il loro magistero formale.
Quello che invece Beethoven colse furono le inquietudini, le tensioni espressive, le aperture verso il futuro dei due grandi sinfonisti.

L'Adagio-Allegro molto e vivace della Prima Sinfonia e l'Allegro Molto della Seconda anticipano senza dubbio la vitalità gioiosa degli ultimi due movimenti della Settima.
L'esempio più significativo è dato però dal terzo movimento della Seconda.
Ciò che nelle Sinfonie di Haydn e Mozart (e anche nella prima Sinfonia dello stesso Beethoven) era un Minuetto, nella seconda Sinfonia di Beethoven diventa uno Scherzo.
Si passa cioè dalla danza di corte in tre tempi dall'andamento piuttosto lento ad un movimento sempre in tre tempi ma battuto in uno (un impulso per battuta).
Beethoven anticipa il corrispondente movimento della Nona Sinfonia, uno dei brani più rivoluzionari dell'intera storia della musica.
Con la Sinfonia No. 3 in Mi bemolle maggiore op. 55 Eroica, Beethoven impone in modo perentorio un nuovo linguaggio: mai fino a quel momento il primo movimento di una sinfonia aveva assunto tali dimensioni (circa diciotto minuti). Beethoven non toccherà più questi limiti fino alla sua ultima Sinfonia: la Nona.
Il primo tempo dell'Eroica si apre e si chiude con due accordi di Mi bemolle maggiore, suonati con impeto da tutta l'orchestra. Essi segnano i confini di un percorso movimentato, entusiasmante, intenso, come mai si era potuto ascoltare prima.
L'idea della fiducia nelle possibilità dell'Essere umano espressa nel primo tempo dell'Eroica trova una definizione ancora più forte ed articolata nella Sinfonia No. 5 in do minore, op. 67.
Beethoven nel primo movimento della Sinfonia, dal punto di vista strutturale dimostra un'abilità semplicemente inarrivabile. Pur essendo questa pagina in forma-sonata (per la quale sono necessari almeno due temi) egli impiega solamente un tema.
Questo celeberrimo Allegro con brio è costituito da un martellare insistente che raggiunge momenti di un'intensità spasmodica.
Il ritmo diventa qui sinonimo di ribellione: Beethoven dimostrerà nella Sinfonia No. 7 in La maggiore op. 92 Beethoven dimostrerà che il ritmo può anche diventare sinonimo di gioia.
La caratteristica principale che contraddistingue i quattro movimenti della Settima Sinfonia è la loro pulsione ritmica.
Il tutto prende le mosse dall'introduzione (Poco sostenuto) al primo movimento (Vivace) dove la pulsione originaria della sinfonia nasce per poi segnarne tutto il percorso.
Il secondo movimento, tradizionalmente lento, è invece un Allegretto, che a causa dell'impiego della tonalità minore e della ritmica incessante assume colori tragici.
Il terzo movimento Presto è di nuovo luminoso e conduce al finale Allegro con brio di una solarità dionisiaca.
Ascoltando la Sinfonia No. 8 in Fa maggiore op. 93 viene da pensare che Beethoven componendo questa Sinfonia abbia voluto prolungare la gioia sprigionata dalla Settima, sebbene la scrittura sia qui meno spettacolare.
A giudicare dal quarto movimento Allegro vivace, la cui lunghezza è pari a quella dei precedenti tre assieme, ci si rende però conto che il ritorno dell'Autore a una forma più classica fosse solo formale e non certo sostanziale.
In altre parole questa "piccola Sinfonia" di Beethoven testimonia una tale raffinatezza di scrittura e una tale felicità di intuizione da meritarsi di figurare accanto alle grandi.
Lo stesso dicasi per la Sinfonia No. 4 in Si bemolle maggiore op. 60, che si trova fra due giganti quali l'Eroica e la Quinta Sinfonia.
Se da una parte è la più haydniana di tutte le sinfonie di Beethoven, dall'altra presenta un secondo movimento Adagio di grande estensione che, in quanto a lirismo ed intensità emotiva, anticipa l'Adagio molto e cantabile della Sinfonia No. 9.

Così come la Sinfonia No. 5 è costruita su un'unica cellula tematica di quattro note, la sinfonia che la segue, la No. 6 in Fa maggiore op. 68 Pastorale ne è l'esatto opposto.
Ricca di temi distesi e pieni di poesia rievoca cinque scene: Risveglio di gioiose sensazioni all'arrivo in campagna, Scena presso il ruscello, Allegra riunione di contadini, Temporale-tempesta e Canto pastorale: Sentimenti di felicità e gratitudine dopo la tempesta.
Beethoven per mezzo di una scrittura raffinatissima non descrive le sensazioni provate in quella giornata a contatto con la natura, ma le suscita direttamente, creando una musica in cui le atmosfere si sciolgono l'una nell'altra come per incanto.
E' possibile individuare il carattere sperimentalista dell'opera beethoveniana guardando ai suoi più importanti cicli: dalle Sinfonie alle Sonate per pianoforte, dai Quartetti per archi ai Trii per pianoforte, violino e violoncello, dai Concerti per pianoforte e orchestra alle Sonate per violino e pianoforte.
Si constata regolarmente che le novità elaborate in un certo lavoro diventano la base per creare il successivo, nell'intenzione di riuscire a trovare il giusto punto di equilibrio fra dimensione formale e dimensione emozionale, ovvero fra ragione e istinto.

La Sinfonia No. 9 in re minore op. 125, solidamente basata sulle otto che la precedono, rappresenta l'esplosione formale e sostanziale del genere stesso della sinfonia.
Il primo tema dell'iniziale Allegro ma non troppo, un poco maestoso è in pratica un "non-tema".
Beethoven infatti impiega unicamente le note dell'accordo della tonalità di base della Sinfonia (re minore) per costruire un enorme vortice di suono dove, pur nella logica di un'architettura di implacabile rigore, l'ascoltatore si perde.
Questo vortice non si placa, ma si interrompe con brutale violenza per lasciare il posto allo Scherzo, dove Beethoven, usando il medesimo "non-tema" del primo movimento costruisce una musica scintillante, di straordinaria dinamicità.
La fase che separa questi primi due movimenti dal Presto-Allegro assai conclusivo (che comprende il coro finale sull'Ode alla gioia di Friedrich Schiller) è un Adagio molto e cantabile.
Se è vero che la musica è fatta del suono che si distribuisce nel tempo, Beethoven in questa sublime pagina il tempo riesce a sospenderlo.
Egli trova quell'ideale equilibrio fra spiritualità ed emozione che necessita di una conoscenza dell'arte del comporre semplicemente miracolosa.
Nel finale l'Autore, rievocando gli abissi del primo movimento, fa esplodere una fanfara dagli accenti arcaici e profondi che rendono ancora più rassicurante, ma nel contempo austero, il recitativo dei violoncelli e dei contrabbassi che introduce prima i temi dei movimenti precedenti, poi la voce del basso solista, poi il Coro.
Beethoven con la sua ultima Sinfonia (ma anche con i suoi ultimi Quartetti per archi e con le sue ultime Sonate per pianoforte) ha dimostrato che la sola strada di cui l'Uomo dispone per poter sperare nella vita eterna è quella di aver fiducia in sè stesso e di lavorare sui suoi limiti per cercare di oltrepassarli.
Alla guida di una Philadelphia Orchestra splendida, sciolta e vibrante, Riccardo Muti sviluppa il percorso delle nove Sinfonie di Ludwig van Beethoven con l'applicazione dello studioso appassionato e con la passione dell'interprete sensibile e attento ai più piccoli moti dell'animo.
Il maestro italiano evidenzia in modo esemplare le varie fasi che hanno portato Beethoven a trasformare la struttura della sinfonia classica fino a farla letteralmente esplodere.
Allo stesso modo egli percorre il cammino dello sviluppo delle emozioni nel sinfonismo beethoveniano. Quest'ultimo, attraverso l'interpretazione di Riccardo Muti rivela in tutta evidenza come i grandi vertici della creazione artistica vengono raggiunti unicamente quando la tensione dialettica tra forma e sostanza tocca il suo culmine.

Ludwig van BEETHOVEN (1770-1826)
Wiener Philharmoniker
Direttore: Riccardo Muti
•Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 61
(solista: Vadim Repin)
(Registrazione: Febbraio 2007
Vienna, Musikverein)
Ludwig van Beethoven dedicò al suo strumento, il pianforte, ben trentadue sonate e cinque concerti.
Dal punto di vista stilistico, estetico e filosofico il percorso compiuto con le Sonate è paragonabile a quello delle Sinfonie e dei Quartetti per archi.
Di questi tre generi l'Autore tedesco si occupò per tutta la vita. Per quanto riguarda i Concerti per pianoforte e orchestra, invece, le cose cambiano molto.
L'ultimo, Il no. 5 in Mi bemolle maggiore op. 73 "Imperatore", venne scritto infatti nel 1809 e la sua prima esecuzione ebbe luogo nel 1811, vale a dire sedici anni prima della morte dell'autore.
Con i suoi concerti pianistici Beethoven ha compiuto tuttavia una rivoluzione i cui effetti si sono proiettati non solo fino ai concerti di Schumann, Mendelssohn e Liszt, ma anche a quelli di Busoni, Rachmaninoff e Bartók.
Il contributo beethoveniano alla storia del concerto solistico per violino è ancora più esemplare.
Accanto alle dieci Sonate per violino e pianoforte, che riflettono per molti aspetti l'evoluzione delle sonate pianistiche, Beethoven scrisse un solo Concerto per violino e orchestra, la cui modernità rispetto all'epoca gli impedì per decenni di imporsi all'attenzione della critica e ai favori del pubblico.

Beethoven, partendo dal concerto solistico di stampo classico, con il violino che si stacca dal "tutti" dell'orchestra in maniera autonoma, ma sostanzialmente sempre legato al discorso di base dell'orchestra stessa, ha completamente emancipato il violino solista, rendendolo un interlocutore dell'orchestra con cui è chiamato a giocare ad armi pari.
In questo senso nel primo movimento del Concerto in Re maggiore op. 61, Allegro ma non troppo, il violino sfoggia sul medesimo piano il suo registro lirico e quello virtuosistico e il fatto di confrontarsi con grande vivacità con l'orchestra mette in risalto come mai prima di allora le sue possibilità espressive.
Il secondo movimento Larghetto è una romanza dove il violino sfoggia tutto il suo lirismo, dagli accenti più sommessi a quelli più vertiginosi.
Il Rondò finale appartiene senza dubbio alle pagine più gioiose ed estroverse di Beethoven, con il violino solista che conduce le danze in un gioco spensierato con l'orchestra.
Giuoco spensierato che trova nel solista Vadim Repin un interprete stupendo, assecondato com'è da Riccardo Muti che dirige l'Orchestra filarmonica di Vienna in punta di bacchetta.
Questo Rondò è preceduto da un incantevole Larghetto e da una stupenda interpretazione dell'Allegro ma non troppo.
Solista, direttore e orchestra danno del capolavoro beethoveniano una versione di rara bellezza, dove la qualità esecutiva è al servizio di un far musica ricco di emozioni e di sfumature.

Ludwig van BEETHOVEN (1770-1827)
• Concerto per pianoforte e orchestra
No. 3 in do minore, Op. 37
Registrazione:  1977
Pubblicazione:  1978
Rimasterizzazione digitale 1987

Wolfgang Amadeus MOZART
(1756-1791)
• Concerto per pianoforte e orchestra No. 22 in mi bemolle maggiore, KV 482

Registrazione: 1979
Pubblicazione: 1983
Rimasterizzazione digitale 1987
Solista: Svjatoslav Richter
Philharmonia Orchestra

Questa registrazione testimonia lo straordinario incontro fra il giovane Riccardo Muti e Svjatoslav Richter, quell’immenso pianista che da alcuni anni (si era alla fine degli anni ’70) incantava anche il pubblico europeo ed americano.
Richter rimase colpito da Muti in occasione dei concerti che diedero assieme al “Maggio Musicale Fiorentino”.
Si racconta questo aneddoto:
Dopo la prima prova a due pianoforti, il mitico “Slava” si confidò con alcuni amici dicendo: “Se questo giovane dirige come suona, penso proprio che non ci sarà veramente di che preoccuparsi ..."
Le esecuzioni sono splendide: ad un Richter dolce ed ispirato, flessibilissimo ed austero, risponde un Riccardo Muti che intuisce con la sensibilità favolosa che gli è propria ogni minima variazione della linea di canto e dell’atmosfera espressiva del solista.




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