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muti.ch>discografia scelta>CD Riccardo Muti in ordine di compositore>Luigi Cherubini


Luigi CHERUBINI(1760-1842)
Riccardo MUTI
NEW PHILHARMONIA ORCHESTRA
THE AMBROSIAN SINGERS
• Requiem in re minore
per coro maschile e orchestra

(Registrazione: 1973)



Luigi CHERUBINI
Riccardo MUTI
PHILHARMONIA ORCHESTRA LONDON
AMBROSIAN SINGERS
•
Requiem in do minore
(Registrazione: 1982)



Luigi CHERUBINI
Riccardo MUTI
PHILHARMONIA ORCHESTRA
PHILHARMONIA CHORUS
•
Messa dell'Incoronazione
•
Marche religieuse
(Registrazione: 1984)



Luigi CHERUBINI
Riccardo MUTI
THE LONDON PHILHARMONIC
LONDON PHILHARMONIC CHORUS
•
Messa Solenne in Sol maggiore
per l'Incoronazione di Luigi XVIII

(Registrazione: 1988)





Era il 1973 quando Riccardo Muti, con la New Philharmonia Orchestra di Londra e gli Ambrosian Singers - maestro del coro John McCarthy - registrava il Requiem in re minore per coro maschile e orchestra di Luigi Cherubini, un compositore da lui sempre amato.
Del vasto repertorio sacro del musicista fiorentino - trasferitosi ben presto a Parigi - questo Requiem era, in quegli anni, tra le poche pagine regolarmente eseguite.
La presente registrazione segnò, per il maestro italiano, l'inizio di un percorso cherubiniano che avrebbe avuto successivamente altri tre momenti "londinesi":

• nel 1982 il Requiem in do minore (Philharmonia Orchestra; Ambrosian Singers - maestro del coro John McCarthy -;

• nel 1984 la Messa dell'Incoronazione per Carlo X (Philharmonia Orchestra, Philharmonia Chorus - maestro del coro Roberto Benaglio;

• nel 1988 la Messa Solenne in Sol maggiore per l'Incoronazione di Luigi XVIII (The London Philharmonic, London Philharmonic Chorus -maestro del coro Richard Cooke).

Luigi Cherubini si dedicò alla musica sacra dopo essere stato fra gli indiscussi protagonisti dell'opera lirica a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo; l'interesse per la musica religiosa ha segnato un ritorno alle origini.
Il Requiem in re minore per coro maschile e orchestra è l'ultima grande opera religiosa del maestro fiorentino, composta per quelle che sarebbero state le sue esequie.
La storia racconta che nel 1834 l'Arcivescovo di Parigi si fosse opposto nell'ambito di un funerale all'impiego del Requiem in do minore (scritto dallo stesso Cherubini), perché comprendente anche le voci femminili.
Questo il motivo contingente per cui l'Autore decise di destinare il successivo Requiem in re minore alle soli voci maschili.
All'ascolto di questa bellissima musica, dai riflessi d'ebano, ora di un'imponenza grandiosa, ora di una radiosità celestiale v'è da chiedersi se Luigi Cherubini - anche senza l'intervento dell'Arcivescovo - in cuor suo già non stesse pensando al mondo espressivo del solo coro maschile. Unito all'orchestra rivela quella bellezza misteriosa, solida e raffinata, che non si impone, ma si lascia intuire, come quella del granito che si lascia scolpire unicamente da chi è in grado di individuarne le venature più segrete.
Il Requiem in re minore, per molti aspetti, è il ritratto segreto di Luigi Cherubini e Riccardo Muti, per il suo viaggio alla scoperta di questo straordinario compositore, è partito proprio da lì.
Il maestro italiano aveva a disposizione un coro (the Ambrosian Singers) e un'orchestra (la Philharmonia di Londra) stupendi, dotati di eccelse capacità di reazione e in grado di realizzare qualsiasi finezza.
Riccardo Muti ha impiegato questi due favolosi “strumenti” per dare una lettura del capolavoro testamentario di Luigi Cherubini che riesce, letteralmente, a conciliare gli opposti: l'oscurità della morte terrena che si trasfigura nella luce della vita eterna.
Il Requiem in do minore, pur essendo scritto - così come l'altro - in una tonalità drammatica, è un'opera di segno totalmente opposto.
Composto nel 1816 su richiesta di Luigi XVIII era destinato alla commemorazione di suo fratello, re Luigi XVI morto sul patibolo nel 1793. In questo lavoro, che impiega il coro misto a quattro voci e l'orchestra, Cherubini fa sfoggio, oltre che della sua abilità nel contrappunto e nella polifonia, del suo talento di autore di melodrammi.
Il risultato è un capolavoro, dove lo stile antico e la retorica del melodramma si fondono per esaltare la forza del testo latino, tanto da conqui- stare i fedeli (e, successivamente, il pubblico dei concerti) nel profondo della loro anima e del loro cuore.
L'interpretazione di Riccardo Muti libera la forza presente in ogni parola, affinchè la parola stessa sia protagonista del discorso espressivo.
Il maestro italiano, con gli Ambrosian Singers e la Philharmonia Orchestra, da una parte lascia echeggiare le atmosfere delle grandi Messe di Joseph Haydn (così ammirato da Luigi Cherubini), mentre dall'altra lascia intuire quelle della retorica rivoluzionaria che nei primi decenni dell'Ottocento stava attraversando l'Europa.
Fu lo stesso re Luigi XVIII - che nel 1816 aveva commissionato al compositore fiorentino il Requiem in do minore in memoria del fratello Luigi XVI - a chiedergli tre anni dopo la Messa solenne per la propria incoronazione.
Personalità non molto profilata, Luigi XVIII si trovò suo malgrado ad essere protagonista di una restaurazione della monarchia praticamente irrealizzabile, tanto erano le tensioni fra realisti, bonapartisti e repubblicani; tensioni che lui non era in grado di dirimere.
Di conseguenza, in attesa di tempi migliori, continuava a rinviare la data della sua incoronazione, che effettivamente non avvenne mai.
Anche per la Messa solenne in Sol maggiore per l'incoronazione di Luigi XVIII Cherubini non fa uso di solisti vocali; è previsto l'impiego del Coro a quattro voci (di regola composto da Soprani, Contralti, Tenori e Bassi).
Cherubini, con un accorgimento di estrema raffinatezza, toglie i Contralti e suddivide i Soprani in due, così da avere Soprani I, Soprani II, Tenori e Bassi. Questo per rendere l'atmosfera più luminosa.
La Messa in Sol maggiore è senza dubbio da annoverare fra i capolavori del Musicista, che è riuscito a svolgere l'impossibile compito che il re gli aveva assegnato - vale a dire scrivere una Messa per un'incoronazione che ormai tutti sapevano non sarebbe mai avvenuta - con quella capacità di proiettarsi oltre le contingenze che è solo dei Grandi.


Cherubini ancora una volta ha dimostrato la sua sensibilità nell'interpretare il testo liturgico e nel tradurne le sue emozioni in suoni.
In questa Messa il livello di adesione alla spiritualità e all'emozionalità del testo alla relativa traduzione in termini musicali è superlativo.
Sono numerosi i momenti che addirittura sconvolgono; il finale Agnus Dei, però, toglie letteralmente il respiro.
Sembra quasi che Luigi Cherubini volesse invitare a riflettere su un'incoronazione mai avvenuta, ma anche e soprattutto alle tensioni politiche che agitavano l'Europa.
L'interpretazione di Riccardo Muti, alla guida del Coro e dell'Orchestra London Philharmonic è quanto di più nobile e vibrante si possa immaginare.
Coro e orchestra reagiscono all'intenzione del Maestro con una prontezza pari alla loro partecipazione emotiva.
Le linee di canto sono fluide e pulsanti, pronte ora ad impennarsi ora a distendersi per dare vita alle infinite screziature della musica.
Pure la Messa in La maggiore per l'Incoronazione di Carlo X (avvenuta nella Cattedrale di Reims il 29 aprile del 1825) prevede un coro da cui sono assenti i Contralti.
Qui Cherubini riesce a conciliare a livelli fino ad allora mai raggiunti l'aspetto riflessivo con l'aspetto celebrativo.
Questo conferma la capacità del compositore fiorentino di penetrare i segreti più profondi della natura della
musica per poi creare, attraverso il loro impiego, gli effetti che gli occorrevano.
Questa Messa è profondamente teatrale, ma di una teatralità che parte dalla natura della parola e del gesto, nella quale le emozioni non vengono rievocate, ma direttamente ricreate.
L'effetto sugli ascoltatori di allora è stato tale che persino Hector Berlioz - che non era certo un sostenitore del suo ex-docente di Conservatorio - ebbe a dire a proposito della Marche religieuse destinata ad accompagnare Carlo X al momento della Comunione: “Se la parola sublime dovesse trovare il suo giusto impiego, questo sarebbe proprio il caso per la Marche religieuse di Cherubini”.
Ascoltando l'interpretazione di Riccardo Muti alla testa del Coro e dell'Orchestra Philharmonia ci si rende pienamente conto di quanto egli si avvicini alla musica facendo tesoro dei principi che furono di Luigi Cherubini.
Tenendosi lontano da qualsiasi esteriorità, il Maestro Muti dipinge con inimitabile sfarzo i momenti più retorici del cerimoniale e con vibrante intensità i momenti più spirituali.

Luigi CHERUBINI (1760-1842)
• Messa Solenne per il Principe Esterházy

Camilla Tilling – Soprano
Sara Fulgoni - Contralto
Kurt Streit – Tenore
Tómas Tómasson – Basso
Atsuko Suzuki - Soprano II
Andreas Schulist - Tenore II


CHOR UND SYMPHONIEORCHESTER
DES BAYERISCHEN RUNDFUNKS
Direttore: Riccardo MUTI
(Maestro del coro: Michael Gläser)

Registrazione dal vivo:
Monaco di Baviera,
Herkulessaal der Residenz (2001)


La Messa solenne in re minore per il Principe Esterházy fu composta da Luigi Cherubini come omaggio al nobile ungherese Nikolaus Esterházy (1765-1833) che, in occasione di un suo soggiorno parigino nel 1810, gli aveva proposto di prendere la successione di Franz Joseph Haydn quale maestro di cappella alla corte di Eisenstadt.
Per vari motivi Cherubini non ottenne mai quell’incarico, ma la scintilla scaturita dalla proposta del principe magiaro lo portò a scrivere un’opera in cui complessità e raffinatezza tecnica si stemperano nella freschezza dell’ispirazione e nell’intensità delle emozioni.
Ovviamente Cherubini non aveva bisogno di attendere la proposta di Esterházy per guardare al genio di Haydn, le cui Messe egli ben conosceva. In particolare le ultime sei, scritte fra il 1796 e il 1802, dove il compositore austriaco ha raggiunto il vertice della sua arte vocale, sia per l’utilizzo del coro, sia per quello dei solisti.
Questi, a differenza di ciò che succedeva nel Barocco e nel primo Classicismo, sono sempre meno chiamati ad eseguire arie e duetti di stile operistico e sempre più a cantare nella formazione del terzetto o del quartetto, da cui emerge, a seconda della necessità, l’una o l’altra voce.
Cherubini, che nelle sue composizioni sacre ha più volte tralasciato i solisti vocali per favorire un’espressione più severa e meditativa,  anche quando ne fa uso  è estremamente cauto.
Il canto solistico nelle messe cherubiniane è sempre visto in funzione di un disegno generale che coinvolge l’orchestra  - la quale non si limita ad accompagnare le voci, ma interagisce con esse in modo attivo e il coro, con cui i solisti raramente cantano all’unisono, ma sviluppano linee indipendenti.
Questo procedimento, dal punto di vista espressivo porta a due risultati originali quanto spettacolari: moltiplicare la potenza degli interventi dei solisti e differenziare gli effetti di quelli del coro.
Alla luce di tali osservazioni si può ben pensare che Cherubini per comporre questa Messa si sia chinato con attenzione sulla Harmoniemesse in Si bemolle maggiore di Joseph Haydn, la più imponente tra le Messe di questo compositore.
Luigi Cherubini fa uso della sua arte compositiva per realizzare un’opera che non vuole certo essere il monumento a una fede acritica e incrollabile.
Proprio grazie alla sua capacità tecnica egli riesce a tradurre le sue emozioni attraverso giochi di melodie e di armonie che costellano l’opera di infiniti chiaroscuri, i cui limiti estremi sono la luce più abbagliante e l’oscurità più cupa.
Il percorso della Messa procede scandito dal testo liturgico con quella sicurezza che è solo dell’inevitabile.
Cherubini affida alla Messa solenne per il principe Esterhazy il riflesso di una fede problematica.
Il capolavoro cherubiniano sintetizza genialmente la solennità del rituale eucaristico e l’intimità dell’approccio personale ad esso.
Riccardo Muti, alla guida dell’Orchestra e del Coro dei Bayerischen Rundfunks, per l’interpretazione di questa Messa parte ancora una volta dal rigore assoluto dell’esecuzione, fondamentale allo scopo di far risaltare l’opera in tutto il suo fascino.
Infatti, è proprio attraverso un’interpretazione del genere con solisti, coro e orchestra semplicemente splendidi, che ci si rende conto di come questa Messa sia sostanziamente giocata sulle mezzetinte, su modulazioni capaci di cambiare totalmente un’atmosfera.

Luigi CHERUBINI(1760-1842)
• Messa in Fa maggiore

"di Chimay"

Ruth Ziesak – Soprano
Herbert Lippert – Tenore
Ildar Abdrazakov – Basso


CHOR UND SYMPHONIEORCHESTER
DES BAYERISCHEN RUNDFUNKS

Direttore: Riccardo MUTI

(registrazione dal vivo:
Monaco di Baviera - Herkulessaal der Residenz)

5-8 marzo 2003

Luigi Cherubini, che aveva iniziato la sua carriera come compositore di musica sacra, dopo rigorosissimi studi di armonia e contrappunto, ritorna a questo genere dopo aver segnato la storia del melodramma, a cavallo tra Classicismo e Romanticismo, con capolavori come Lodoïska e Médée.
Lo spunto gli viene dato durante un periodo di ritiro e di riflessione nel feudo di Chimay, quando, la delegazione parrocchiale del posto gli chiede una messa in onore di Santa Cecilia.
La prima esecuzione della Messa, ormai denominata Messa di Chimay, avviene a Parigi all’Hôtel de Babylon nel marzo 1809. Si tratta di un immenso capolavoro. Scritta per tre solisti vocali, grande coro e grande orchestra, questa composizione riesce a fondere in maniera semplicemente miracolosa l'ascetico rigore della polifonia classica

con la vibrante emozionalità dell’espressione preromantica.
L’interpretazione di Riccardo Muti della
Messa di Chimay colpisce proprio per questo suo equilibrio fra rigore classico e intensità emotiva.
Attraverso un’esemplare chiarezza di lettura, il Maestro italiano dirige la Messa di Chimay in tutta la sua bellezza, dolce e un poco austera, che lascia intravvedere – proprio grazie all’intelligenza della concertazione – i molteplici giochi di riflessi che il compositore distribuisce su tutto l’arco del lavoro: infiniti chiaroscuri che rivelano l’immenso magistero di un musicista che ha saputo affrontare in maniera totalmente nuova il testo latino della Messa.

Luigi CHERUBINI (1760-1842)
• Messa solenne in Mi maggiore


Ruth Ziesak – Soprano
Marianna Pizzolato, Mezzosoprano
Herbert Lippert – Tenore
Ildar Abdrazakov – Basso


CHOR UND SYMPHONIEORCHESTER
DES BAYERISCHEN RUNDFUNKS

Direttore: Riccardo MUTI

(registrazione dal vivo:
Monaco - Philharmonie am Gasteig
22-23 giugno 2006)

• Due Mottetti
- Antifona sul cantus firmus 8. toni
- Nemo gaudeat
Barbara Fleckenstein – Soprano
Barbara Müller – Contralto
Bernhard Schneider – Tenore I
Andrew Meyer – Tenore I
Christoph Hartkopf – Basso
Harald Feller – Organo I
Max Hanft – Organo II

(registrazione 18-19 aprile 2007
Monaco - Herkulessaal der Residenz)


L’esperienza musicale di Luigi Cherubini, iniziata in Italia con il rigoroso studio dei polifonisti del Cinquecento e con le prime composizioni da chiesa, è proseguita in Francia con l'opera lirica e si è conclusa nella sua patria di adozione con la musica sacra.
La brillantissima carriera teatrale di Cherubini - si pensi ad esempio che l'opera Lodoïska venne rappresentata a Parigi per oltre duecento volte - si sviluppò in una Francia che viveva l'onda lunga della Rivoluzione, con l’ascesa e la caduta di Napoleone Bonaparte e con la Restaurazione della Monarchia. Fatalmente tutto ciò la compromise.
Una motivazione a dedicarsi al repertorio sacro fu senza dubbio la nomina a Sovrintendente della Chapelle Royale.
Con i Requiem in do minore e re minore, la Messa di Chimay in Fa maggiore, la Messa dell’Incoronazione e la Messa solenne in Sol maggiore per l’incoronazione di Luigi XVIII – quello stesso sovrano che lo nominò alla testa della Chapelle Royale – Cherubini concilia la purezza e la severità dello stile antico con la ricerca dell'espressività del canto attraverso quella della parola, in funzione di una sensibilità rivolta al futuro.
Come compositore di opere liriche, da Lodoïska a Medea, egli rappresenta l'anello di congiunzione fra il Classicismo di Christoph Willibald Gluck, che ha riportato l’opera lirica al rigore delle sue origini, e Richard Wagner, che ha realizzato l'ideale fusione fra aspetto poetico, drammaturgico e musicale.
Nelle grandi Messe di Cherubini, dalla splendida architettura neoclassica, si avvertono i bagliori delle passioni della Rivoluzione e del primo Romanticismo. Bagliori di una luce ora accecante, ora soffusa, ora fiammeggiante ora cristallina, ora di un tramonto ora di un'aurora.
La Missa Solemnis in Mi maggiore, pubblicata su CD dalla EMI Classic, diretta da Riccardo Muti, è stata registrata dal vivo in occasione di due concerti che il Maestro aveva diretto il 22 e 23 giugno 2006 alla Philharmonie am Gasteig, München, alla testa del Chor des Bayerischen Rundfunks (maestro del coro Peter Dijkstra) e della Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks.
Le linee architettoniche di questa Messa sono slanciate e leggere. Cherubini fa uso ancora una volta della polifonia e del contrappunto come elementi guida, essenziali affinchè la sua creatività potesse fiorire, soprattutto di fronte a un testo come quello della Messa latina, in un momento della vita in cui amarezze e delusioni non facevano che aggravare il peso di una salute già compromessa.
Luigi Cherubini possedeva una certezza: la fede in Dio.
Egli non avrebbe potuto mettere in musica il testo della Messa in preda alla rassegnazione e allo sconforto; lo fece con la semplicità di colui che chiede a Dio il perdono per i propri peccati.
L'orchestrazione e la condotta delle voci del coro nella Messa Solenne in Mi maggiore sono più leggere e trasparenti rispetto alle altre Messe del musicista fiorentino. Anche il ricorso al quartetto di solisti vocali
non tende alla ricerca di una dimensione virtuosistica, bensì a quella di un'inedita raffinatezza espressiva.
I riflessi che illuminano la Missa Solemnis provengono dalla luce di un tramonto, ma anche da quella di un'aurora.
Sarebbe stato impossibile scrivere queste riflessioni sulla Messa in questione, senza aver ascoltato la registrazione diretta da Riccardo Muti.
Si tratta della settima pietra preziosa che il grande maestro italiano incastona sul diadema che ha voluto dedicare alle Messe di Luigi Cherubini.
Al pari della Messa di Chimay e della Messa solenne per il principe Esterhazy, il maestro Muti è alla guida del Chor des Bayerischen Rundfunks e della Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, complessi che conosce molto bene e con i quali collabora regolarmente.
Riccardo Muti, oltre alla perfetta conoscenza dello stile del "suo" autore, dimostra la capacità di lavorare sui dettagli, non tanto in funzione di una sterile ricerca della perfezione, ma per raggiungere quelle condizioni che permettano di creare le giuste dimensioni espressive.
Questa Messa è tutta giocata sulle mezze tinte, sulle luci soffuse, sulle atmosfere traslucide.
Il Maestro italiano possiede un naturale, straordinario senso del respiro e, in base a questo, guida i solisti, il coro e l'orchestra in uno dei cammini più meravigliosi che si possano immaginare.

Luigi CHERUBINI
• Lodoïska
Orchestra e Coro
del Teatro alla Scala
Registrazione: Milano, Teatro alla Scala, Febbraio 1991

Lodoïska di Luigi Cherubini (1791), Il Ratto dal Serraglio di Wolfgang Amadeus Mozart (1782) e Fidelio di Ludwig van Beethoven (1805) narrano in sostanza la stessa vicenda, ovvero quella del giovane coraggioso che supera ogni difficoltà per liberare l’amata dalla prigionia.
L'opera mozartiana è un “Singspiel”, forma di spettacolo in voga alla fine del Settecento in area tedesca in cui canto e recitazione si combinano tra loro.
Il Ratto appartiene pure al genere della “turquerie”, tipico della Vienna di quegli anni, ricco di singolari effetti musicali (impiego di strumenti tipici della banda di Giannizzeri: grancassa, flautini, cimbali) e atmosfere orientaleggianti.
Lodoïska e Fidelio appartengono inoltre ad un genere che, sul finire del Settecento - specialmente in Francia - era molto in voga: l'opéra à sauvetage. Del soggetto di Lodoïska si sono occupati parecchi compositori (Conradin Kreutzer, John Seymour Storace, Giovanni Simone Mayr) scrivendo opere e balletti.

Con Lodoïska Luigi Cherubini sceglie di mettere in musica una vicenda lineare, in cui le emozioni sono chiaramente definite. Memore dello scarso successo che tre anni prima aveva ottenuto con l'opera drammatica Demofoonte (era il suo debutto sulla scena parigina) egli compie una scelta fondamentale, quella del registro comico, il che contribuisce ad offrire all'ascoltatore una chiave di lettura decisamente più agevole di quella del dramma: quella del romanzo amoroso, del racconto cavalleresco che, invero, diventa il pretesto per una divagazione sui grandi temi della vita: libertà, amore, amicizia.
Cherubini procede verso questo obiettivo con passo sicuro, ricollegandosi alla tradizione della tragédie-lyrique di Jean-Baptiste Lully e Jean-Philippe Rameau, ben conosciuta dal pubblico francese, al pari dell'opera lirica di Christoph Willibald Gluck. Così facendo il compositore fiorentino ribadisce la centralità della parola nel melodramma e la sua importanza nell'indirizzarne il percorso drammaturgico.
La novità della scrittura di Lodoïska sta nel fatto che canto e parti strumentali interagiscono in modo tanto serrato quanto leggero: lo sguardo di Cherubini è chiaramente rivolto a Haydn e Mozart.
Pensando all’ammirazione che Beethoven aveva per Cherubini, è ben possibile che egli, durante la lunga elaborazione di Fidelio - ne curò ben tre versioni -, si fosse idealmente riferito a Lodoïska.
Cherubini nella sua opera fa uso della voce recitante; i protagonisti, in momenti di particolare significato drammaturgico, sostituiscono il canto con la parola. Questo avviene anche nel “Singspiel”; nel Ratto dal Serraglio mozartiano uno dei protagonisti, il Pascià Selim è addirittura un attore.
Pure in Fidelio in alcuni momenti il canto si alterna alla parola.
Così come nel teatro di prosa il comparire della musica crea un effetto intenso, lo stesso succede nell’opera lirica quando la musica scompare e rimane la voce recitata.
L’effetto straniante della voce nel contesto musicale è stato spesso usato dai romantici tedeschi nell’ambito del “Melodrama”, forma adottata anche da Hector Berlioz per il suo Lélio e, più tardi, anche nell’opéra-comique; per non citare che l’esempio più conosciuto: Carmen di Georges Bizet.
Accanto alle opere di Wolfgang Amadeus Mozart, Giuseppe Verdi, Christoph Willibald Gluck, Richard Wagner, Gioachino Rossini, Giovanni Battista Pergolesi, Gaspare Spontini, Arrigo Boito, Giacomo Puccini, Giovanni Paisiello, Ludwig van Beethoven, Francis Poulenc, Lodoïska di Luigi Cherubini costituisce una pietra miliare del repertorio presentato al Teatro alla Scala di Milano da Riccardo Muti negli anni in cui egli era direttore musicale.
Alla luce di quanto detto sopra si può affermare che Lodoïska concentri in sè fndamentali esperienze passate per proiettarsi verso il futuro, tracciando così un ideale arco fra l'opera napoletana del Sei-Settecento e l'opera mitteleuropea del primo Novecento.
In un certo senso si potrebbe affermare che Lodoïska contenga molte verità. Riccardo Muti per farle risaltare in tutte le loro sfaccettature è andato a cercare l'origine più profonda di Lodoïska: la sua "verità-vera": essa risiede nel rapporto misterioso ed affascinante che lega la parola al suono.
La presente registrazione, effettuata dal vivo nel corso delle rappresentazioni avvenute nel febbraio del 1991, si avvale di un cast di primo ordine, con cui il Maestro ha lavorato lungamente in prima persona (come ben raramente succede al giorno d'oggi) ed è autenticamente rivelatrice del genio di Cherubini, in grado di raccontare una storia d'amore con la leggerezza di una favola, ma nel contempo con gli accenti cupi del dramma romantico, riuscendo a fondere le voci dei cantanti (ricche di inflessioni e che, addirittura, passano alla recitazione) con un'orchestra intonatissima, precisa, reattiva e un coro sempre all'altezza della situazione.
La vita che pulsa dalla prima all'ultima nota di questa Lodoïska non solo incanta, ma addirittura magnetizza
l'ascoltatore, che si trova preso in un incredibile gioco di emozioni reso evidente da un disegno musicale che, se da una parte non lascia nulla al caso, dall'altra nulla toglie ai misteri che evoca.
Con la sua interpretazione Riccardo Muti colpisce pienamente nel segno.


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