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muti.ch>discografia scelta>CD Riccardo Muti in ordine di compositore>Luigi Cherubini
Cherubini ancora una volta ha dimostrato la sua sensibilità nell'interpretare il testo liturgico e nel tradurne le sue emozioni in suoni. In questa Messa il livello di adesione alla spiritualità e all'emozionalità del testo alla relativa traduzione in termini musicali è superlativo. Sono numerosi i momenti che addirittura sconvolgono; il finale Agnus Dei, però, toglie letteralmente il respiro. Sembra quasi che Luigi Cherubini volesse invitare a riflettere su un'incoronazione mai avvenuta, ma anche e soprattutto alle tensioni politiche che agitavano l'Europa. L'interpretazione di Riccardo Muti, alla guida del Coro e dell'Orchestra London Philharmonic è quanto di più nobile e vibrante si possa immaginare. Coro e orchestra reagiscono all'intenzione del Maestro con una prontezza pari alla loro partecipazione emotiva. Le linee di canto sono fluide e pulsanti, pronte ora ad impennarsi ora a distendersi per dare vita alle infinite screziature della musica. Pure la Messa in La maggiore per l'Incoronazione di Carlo X (avvenuta nella Cattedrale di Reims il 29 aprile del 1825) prevede un coro da cui sono assenti i Contralti. Qui Cherubini riesce a conciliare a livelli fino ad allora mai raggiunti l'aspetto riflessivo con l'aspetto celebrativo. Questo conferma la capacità del compositore fiorentino di penetrare i segreti più profondi della natura della musica per poi creare, attraverso il loro impiego, gli effetti che gli occorrevano. Questa Messa è profondamente teatrale, ma di una teatralità che parte dalla natura della parola e del gesto, nella quale le emozioni non vengono rievocate, ma direttamente ricreate. L'effetto sugli ascoltatori di allora è stato tale che persino Hector Berlioz - che non era certo un sostenitore del suo ex-docente di Conservatorio - ebbe a dire a proposito della Marche religieuse destinata ad accompagnare Carlo X al momento della Comunione: “Se la parola sublime dovesse trovare il suo giusto impiego, questo sarebbe proprio il caso per la Marche religieuse di Cherubini”. Ascoltando l'interpretazione di Riccardo Muti alla testa del Coro e dell'Orchestra Philharmonia ci si rende pienamente conto di quanto egli si avvicini alla musica facendo tesoro dei principi che furono di Luigi Cherubini. Tenendosi lontano da qualsiasi esteriorità, il Maestro Muti dipinge con inimitabile sfarzo i momenti più retorici del cerimoniale e con vibrante intensità i momenti più spirituali.
con la vibrante emozionalità dell’espressione preromantica.
Cherubini procede verso questo obiettivo con passo sicuro, ricollegandosi alla tradizione della tragédie-lyrique di Jean-Baptiste Lully e Jean-Philippe Rameau, ben conosciuta dal pubblico francese, al pari dell'opera lirica di Christoph Willibald Gluck. Così facendo il compositore fiorentino ribadisce la centralità della parola nel melodramma e la sua importanza nell'indirizzarne il percorso drammaturgico. La novità della scrittura di Lodoïska sta nel fatto che canto e parti strumentali interagiscono in modo tanto serrato quanto leggero: lo sguardo di Cherubini è chiaramente rivolto a Haydn e Mozart. Pensando all’ammirazione che Beethoven aveva per Cherubini, è ben possibile che egli, durante la lunga elaborazione di Fidelio - ne curò ben tre versioni -, si fosse idealmente riferito a Lodoïska. Cherubini nella sua opera fa uso della voce recitante; i protagonisti, in momenti di particolare significato drammaturgico, sostituiscono il canto con la parola. Questo avviene anche nel “Singspiel”; nel Ratto dal Serraglio mozartiano uno dei protagonisti, il Pascià Selim è addirittura un attore. Pure in Fidelio in alcuni momenti il canto si alterna alla parola. Così come nel teatro di prosa il comparire della musica crea un effetto intenso, lo stesso succede nell’opera lirica quando la musica scompare e rimane la voce recitata. L’effetto straniante della voce nel contesto musicale è stato spesso usato dai romantici tedeschi nell’ambito del “Melodrama”, forma adottata anche da Hector Berlioz per il suo Lélio e, più tardi, anche nell’opéra-comique; per non citare che l’esempio più conosciuto: Carmen di Georges Bizet. Accanto alle opere di Wolfgang Amadeus Mozart, Giuseppe Verdi, Christoph Willibald Gluck, Richard Wagner, Gioachino Rossini, Giovanni Battista Pergolesi, Gaspare Spontini, Arrigo Boito, Giacomo Puccini, Giovanni Paisiello, Ludwig van Beethoven, Francis Poulenc, Lodoïska di Luigi Cherubini costituisce una pietra miliare del repertorio presentato al Teatro alla Scala di Milano da Riccardo Muti negli anni in cui egli era direttore musicale. Alla luce di quanto detto sopra si può affermare che Lodoïska concentri in sè fndamentali esperienze passate per proiettarsi verso il futuro, tracciando così un ideale arco fra l'opera napoletana del Sei-Settecento e l'opera mitteleuropea del primo Novecento. In un certo senso si potrebbe affermare che Lodoïska contenga molte verità. Riccardo Muti per farle risaltare in tutte le loro sfaccettature è andato a cercare l'origine più profonda di Lodoïska: la sua "verità-vera": essa risiede nel rapporto misterioso ed affascinante che lega la parola al suono. La presente registrazione, effettuata dal vivo nel corso delle rappresentazioni avvenute nel febbraio del 1991, si avvale di un cast di primo ordine, con cui il Maestro ha lavorato lungamente in prima persona (come ben raramente succede al giorno d'oggi) ed è autenticamente rivelatrice del genio di Cherubini, in grado di raccontare una storia d'amore con la leggerezza di una favola, ma nel contempo con gli accenti cupi del dramma romantico, riuscendo a fondere le voci dei cantanti (ricche di inflessioni e che, addirittura, passano alla recitazione) con un'orchestra intonatissima, precisa, reattiva e un coro sempre all'altezza della situazione. La vita che pulsa dalla prima all'ultima nota di questa Lodoïska non solo incanta, ma addirittura magnetizza l'ascoltatore, che si trova preso in un incredibile gioco di emozioni reso evidente da un disegno musicale che, se da una parte non lascia nulla al caso, dall'altra nulla toglie ai misteri che evoca. Con la sua interpretazione Riccardo Muti colpisce pienamente nel segno. |
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