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muti.ch>discografia scelta>CD Riccardo Muti in ordine di compositore>Joseph Haydn


Joseph HAYDN (1732-1809)
“Die Sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze”
(Le Sette ultime Parole del nostro Redentore in Croce)
Berliner Philharmoniker
registrazione: Febbraio 1991


Le sette ultime parole del Nostro Redentore in Croce nel catalogo
delle opere di Franz Joseph Haydn, pur molto ampio e ricco di capolavori, occupano una posizione di eccellenza.
Nate come composizione orchestrale, rielaborate per quartetto d’archi e, in seguito, per pianoforte, contano anche una versione nella forma dell’Oratorio, vale a dire con solisti vocali, coro e orchestra.
Nelle due versioni unicamente strumentali, le Sette parole comprendono un’introduzione (Maestoso e Adagio), una conclusione (Il terremoto: Presto e con tutta forza) e sette Sonate, con indicazioni dinamiche molto simili che vanno dall’Adagio al Largo, al Grave.
Haydn ha affrontato la non facile sfida di scrivere una composizione ampia (la durata media dell’esecuzione supera i cinquanta minuti) di carattere meditativo, con un preciso percorso spirituale.
E’ evidente che nella versione spettacolare per solisti, coro e orchestra, il messaggio si trasmette in termini più diretti; la verità profonda di questa sublime composizione del musicista austriaco viene però rivelata dalla

sua versione per Quartetto d’Archi.
Non bisogna dimenticare che Franz Joseph Haydn ha portato al loro massimo sviluppo non solo la tecnica di scrittura della Sinfonia, ma anche quella del Quartetto d’Archi, consegnando ai suoi successori, da Mozart a Beethoven, da Schumann a Brahms, fino a Berg e Bartok un vero e proprio laboratorio per i più raffinati esercizi di ricerca tecnica, emozionale e spirituale che la storia della musica europea abbia mai conosciuto.
Ascoltando le Sette parole nella versione quartettistica (due violini, una viola e un violoncello) ci si rende conto di come Haydn vedesse nel suono strumentale una forma parallela del canto, l’ideale continuazione della voce umana.
Riccardo Muti, sfruttando appieno le possibilità della Filarmonica di Berlino, riesce a realizzare nella versione orchestrale del capolavoro haydniano l’ideale purezza e la limpida trasparenza che strutturalmente risiedono nella versione quartettistica.
Il Quartetto d’Archi, per definizione, permette di creare effetti di tensione emotiva e di slancio espressivo estremi; effetti questi che il Maestro Muti raggiunge con l’orchestra.
La sua interpretazione delle Sette ultime parole è ispirata dall’idea del canto, inteso nel suo significato più nobile e profondo.



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