Giuseppe MARTUCCI (1856-1909)
• La canzone dei ricordi
(Soprano Mirella Freni)
• Concerto per pianoforte e orchestra in si bemolle minore op. 66
(Pianoforte Carlo Bruno)
Orchestra Filarmonica della Scala
Registrazione: 17-22 Gennaio 1995
Giuseppe Martucci (Capua 1856-Napoli 1909) ebbe la sfortuna di una vita breve (53 anni, come Tchaikovsky).
Ciò gli bastò comunque per conquistare fama internazionale come pianista, direttore d’orchestra, compositore ed insegnante; il suo virtuosismo impressionò addirittura Franz Liszt e Anton Rubinstein.
Come direttore d’orchestra fu il primo a dirigere in Italia “Tristano e Isotta” di Richard Wagner.
In qualità di compositore, in un’epoca in cui in Italia dominava la tradizione del melodramma, scrisse ispirandosi alla tradizione sinfonica e cameristica dei romantici tedeschi: Brahms e Schumann in particolare.
L’impegno quale musicista attivo e compositore di Giuseppe Martucci, per importante che sia stato, non raggiunge però quello di insegnante e di organizzatore di eventi musicali.
Non solo egli spronò un’intera generazione di compositori italiani a dedicarsi al repertorio sinfonico e cameristico, ma si impegnò strenuamente per far conoscere la musica mitteleuropea e il teatro wagneriano nel suo Paese.
Oltre che direttore del Liceo musicale di
Bologna fu anche direttore del Teatro comunale della stessa città, nonché direttore del Conservatorio di Napoli.
E’ con due fra i suoi lavori più importanti che Riccardo Muti gli rende omaggio: la “Canzone dei ricordi” per soprano e orchestra (su testi di Rocco Pagliara) e il “Concerto per pianoforte e orchestra in si bemolle minore op. 66”.
Rocco Pagliara, bibliotecario del Conservatorio di Napoli e autore della celebre romanza “Malìa” di Tosti era stato scelto dal musicista grazie alla sua profonda conoscenza di Wagner e del Lied tedesco.
L’intenzione di Martucci, infatti, era quella di comporre un ciclo di canti collegati fra loro da un preciso schema, ciò che li avrebbe distinti dalle “collane” di romanze da salotto, tipiche dell’Italia di fine Ottocento.
Ammirata dallo stesso Brahms, la “Canzone dei ricordi” (inizialmente scritta per canto e pianoforte), fu orchestrata dallo stesso Martucci nel 1899, proprio nel periodo in cui Gustav Mahler lavorava ai suoi cicli di Lieder su testi tratti da “Des Knaben Wunderhorn”. Nacque così il primo vero ciclo di Lieder per voce con accompagnamento orchestrale italiano, dove l’importanza della parte strumentale e quella della parte vocale interagiscono sul filo di un magico equilibrio.
E’ fuor di dubbio che i modelli a cui Martucci si è riferito per scrivere il suo “Concerto per pianoforte e orchestra in si bemolle minore op. 66” siano il Concerto No. 1 in re minore op. 15 e il Concerto No. 2 in Si bemolle maggiore op. 83 del suo amato Brahms.
Brahms, formidabile pianista - altrettanto affascinato (e nel contempo intimorito) dal modello sinfonico beethoveniano - nei suoi due Concerti ha tentato una fusione dinamica e profonda fra il solista e l’orchestra, riuscendovi alla perfezione nel secondo.
Martucci, nel suo concerto, sviluppa la sua doppia vocazione di orchestratore e di pianista, creando un’opera possente e piena di slancio, dove il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma è al servizio ora di vibranti emozioni ora di un lirismo appassionato.
Riccardo Muti dirige Martucci con il rigore e la nobiltà con cui potrebbe dirigere la musica di Gluck; infatti, il Romanticismo dell’autore trova le sue radici, al pari dei suoi modelli e in particolare di Brahms, nei classici, per cui la forza delle emozioni di questa musica si evidenzia attraverso la nettezza della sua interpretazione.
In questo il Maestro Muti è pienamente assecondato dall’Orchestra Filarmonica della Scala.
Mirella Freni interpreta la “Canzone dei ricordi” con quella sensibilità e quella giustezza di tono che hanno sempre caratterizzato il suo raffinato e coinvolgente modo di cantare, così da riuscire ad esprimere pienamente il mondo poetico del bellissimo testo.
Carlo Bruno, oltre che ad essere un pianista di eccelse doti, è un insegnante di grande merito e conosce il repertorio e la figura di Giuseppe Martucci come pochi.
La sua interpretazione del “Concerto in si bemolle minore” è ricca e spumeggiante, piena di colori e di lirici abbandoni
Solista e direttore rendono giustizia a un concerto che meriterebbe sicuramente di essere più conosciuto e la loro intesa è semplicemente perfetta.
Questa è la registrazione da avere assolutamente per chi vuole farsi un’idea della musica sinfonica italiana tra Ottocento e Novecento.
E’ notorio che il melodramma con tutte le sue bellezze e tutti i suoi meriti ha anche oscurato le altre espressioni musicali.
Quindi poter ascoltare la Suite Paganianiana Op. 65 di Alfredo Casella o Notturno, Novelletta e Giga di Giuseppe Martucci non può che essere una scoperta.
Soprattutto se eseguiti in maniera così mirabile e sentita come lo sanno fare Riccardo Muti e la Filarmonica della Scala.
E che dire della Turandot Suite, rielaborata a partire da materiali dell’omonimo melodramma dal più tedesco dei compositori italiani, Ferruccio Busoni, caleidoscopica e resa in modo sfolgorante dai musicisti di cui sopra?