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Niccolò Paganini (1782-1840)
Wiener Philharmoniker - Riccardo Muti
Violinista: Gidon Kremer
Registrazione: 1995
Pubblicazione: 1997



In un inizio Ottocento in cui l’Italia musicale eccelleva dentro e fuori i suoi confini per i compositori di opere liriche, l’unico artista che sapesse tenere il passo nel campo strumentale era Niccolò Paganini (Genova 1782 – Nizza 1840).
Erede dell’arte violinistica del secolo d’oro di maestri quali Antonio Locatelli, Francesco Gemignani, Arcangelo Corelli, Antonio Vivaldi, il musicista genovese riuscì a proiettare il violino nel pieno Romanticismo, diventando così, sia come compositore che come interprete, il protagonista di una rivoluzione che trova solamente due altri paragoni (questa volta però nella storia di un altro strumento, il pianoforte):   Frédéric Chopin (1810-1849) e Franz Liszt (1811-1886).
Sia Chopin sia Liszt sono state due figure eminenti di compositori-interpreti  in grado di forzare (entrambi secondo il proprio temperamento) i limiti del pianoforte unicamente in funzione deQuesto è proprio ciò che anche Niccolò Paganini ha fatto. Se è vero che egli non ha mai scritto musica vocale – né, tantomeno, opere liriche – è però vero che la ricerca della linea del canto e dell’espressione cantabile, è presente in maniera assoluta in qualsiasi sua composizionella ricerca espressiva.

Come per ogni grande, il valore della sua opera è assoluto, tanto da superare le peculiarità dello strumento stesso.
Infatti non è un caso che il già citato Franz Liszt si sia interessato all’opera dell’autore italiano per scrivere i suoi “Six études d’après Paganini” e, soprattutto, per trascrivere il finale del Concerto No. 2 per violino e orchestra (la celebre “Campanella”), esercizio in cui si cimentò pure Ferruccio Busoni.
Queste riflessioni sono state suggerite dall’ascolto di una registrazione effettuata dal vivo nell’ottobre del 1995 del “Concerto per violino e orchestra No. 4 in re minore” di Niccolò Paganini con il violinista Gidon Kremer, accompagnato
dai Wiener Philharmoniker diretti da Riccardo Muti.
Gidon Kremer si distingue -  nel pur notevole numero degli eccellenti virtuosi presenti attualmente sulla scena internazionale – per aver sempre rifiutato di entrare nei perversi meccanismi di mercato che trasformano un solista molto dotato in un “routinier” di lusso.
Quelle rare volte che si mette a fare il solista di un grande concerto sinfonico nel senso più tradizionale del termine lo fa perché c’è qualcosa di significativo da sperimentare, come nel caso di questa registrazione.
Qui si  tratta di suonare un Paganini non certo scontato (solitamente si eseguono i primi due concerti), accompagnato da un’orchestra che ... non accompagna, ma fa musica insieme, assecondato da un direttore che è in grado di stare al gioco proprio perché se da una parte ha tutte le doti del direttore sinfonico, dall’altra ha tutte quelle del direttore operistico.
Gidon Kremer, con la libertà e con il rigore che gli sono propri, suona questo concerto di Paganini in maniera totalmente affascinante.
Irride ogni difficoltà, dai bicordi ai tricordi, agli spiccati, ai flautati, ai pizzicati con la mano sinistra; canta le parti melodiche con la soavità di una voce d’angelo e arriva alla cadenza del primo movimento dove, su alcuni spunti di un brano per violino solo “A Paganini”, del compianto Alfred Schnittke, esegue una cadenza da lui  composta, che è tutta un arabescare, un gioco di specchi, che invece di offendere l’orecchio per le molti dissonanze che presenta, appare come un riflesso estremo delle acrobazie vertiginose che Paganini ha inanellato nel corso del primo movimento del concerto.
Riccardo Muti e i Wiener Philharmoniker partecipano al gioco come meglio non si può immaginare e tanto basti.
L’incanto tuttavia prosegue.
Dopo il “Concerto No. 4 per violino e orchestra” viene proposta una registrazione in studio della “Sonata Varsavia” per violino e orchestra, formata da un’introduzione e da sette variazioni, composta nel 1829, allorché Paganini si trovava in Polonia.
Si tratta di una composizione deliziosa, di cui è pervenuta solamente la parte solistica.
Il pianista e musicologo Pietro Spada ha provveduto, nel 1994, a realizzarne un’orchestrazione di gusto assai raffinato.



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