Fernando De Carli: Riccardo Muti, un lavoro di sacrificio e di studio.
Maestro Muti, che sensazione ha provato a incidere con la Scala un repertorio da Lei già registrato con altre orchestre sinfoniche come la Filadelfia o la Philharmonia?
Certamente dieci anni fa non avrei mai pensato di riuscire un giorno a incidere queste pagine. L'altro giorno, visto che stiamo continuando il nostro cammino di esplorazione del sinfonismo italiano, abbiamo registrato per la Sony alcuni meravigliosi brani di Puccini, Catalani e Ponchielli. Questo disco contribuirà a far capire quanto quei compositori abbiano sofferto poi nel dedicarsi solo al melodramma, che per loro rappresentava una necessita di vita, in quanto nel nostro paese la musica sinfonica non interessava a nessuno o comunque a pochi, e non consentiva di guadagnare a sufficienza. Il Capriccio sinfonico, il Preludio sinfonico, la Leggenda delle Villi di Puccini, Contemplazione di Catalani e Elegia di Ponchielli sono pezzi di grande fattura, che dimostrano un abilissimo uso dell'orchestra e una strumenta-zione molto importante. Ponchielli addirittura usa due clarinetti bassi. La Filarmonica della Scala ha affrontato queste partiture con grande disinvoltura, leggendo i pezzi in seduta d'incisione, curandoli, modellandoli, maturandoli e incidendoli nello stesso giorno. Ciò significa che, per incidere tali cose partendo da zero, occorre avere un rapporto stretto con il proprio direttore che così è in grado di far capire rapidamente le sue intenzioni anche riguardo a un pezzo sconosciuto all'or-chestra. Il direttore ha così a disposizione uno strumento che, una volta assorbite le sue ragioni musicali, è tecnicamente in grado di incidere il pezzo in poche ore, superando quindi di colpo i problemi di insieme, di tecnica e di intonazione che una volta avrebbero rappresentato la ragione per cui i dischi sinfonici con le orchestre italiane e con quella della Scala non si facevano.
Un compositore italiano importante sul quale Lei ha lavorato è Ferruccio Busoni. In particolare ha inciso la Turandot Suite. Come si è svolto per l'orchestra l'approccio a questa partitura, probabilmente sconosciuta a quasi tutti gli strumentisti?
Oggi la suonano con grande naturalezza, è diventato un pezzo di repertorio. Ma all'inizio abbiamo dovuto costruirlo nota per nota, soprattutto dal punto di vista stilistico. L'orchestra, quando cresce tecnicamente, cresce non solamente perché ci sono degli strumentisti che migliorano sempre di più. Abbiamo una serie di giovani che stanno entrando in orchestra, tutti italiani e straordinari. Non sono tutti italiani per aver messo da parte gli stranieri, ma perché alle selezioni gli italiani risultarono i migliori. Chiunque può accedere ai nostri Concorsi, sono europei. Questi ragazzi entrando in orchestra han- no sentito che non è più il nome «Scala» a dare la le ma è la loro capacità di essere a una certa altezza che qualifica la Scala. Si è raggiunta la consapevolezza che alla nostra orchestra, per essere competitiva nel mondo, non basta la copertura del nome Scala. Anzi, bisogna essere competitivi sul piano della qualità. Crescere come orchestra significa questo. L'orchestra guarda avanti e crede fermamente che solo la qualità è garanzia di lavoro, di successo e di vita.
Con un mercato discografico come quello di oggi, l'Orchestra Filarmonica della Scala, al di là del fatto che potrebbe incidere tutto, è giusto che si metta a lavorare con un repertorio che altri potrebbero fare, ma sicuramente meno bene. Quindi era fatale che a un certo momento Lei dovesse affrontare Nino Rota...
Ho conosciuto Rota quando ero ragazzo, e lui era direttore del Conservatorio di Bari. Mi sentì come allievo privatista di pianoforte al Conservatorio ‑ allora studiavo al Liceo Musicale di Molfetta.
L'incontro con Rota fu l'incontro della mia vita. Egli mi fece capire che avevo le qualità per fare il musicista di professione. Fino ad allora avevo studiato abbastanza bene la musica, ma la consideravo una specie di« hobby »' una cultura necessaria. Rispetto ad altri, l'avevo studiata un po' più seriamente, fino a1 punto di essere pronto a sostenere questo esame. Rota era una persona affascinante, straordinaria, di grande carisma. Mi mise gli occhi addosso e mi disse: «Tu devi studiare, devi entrare in Conservatorio ».Così iniziò il mio «calvario »: alla mattina studiavo al Liceo Musicale a Molfetta, e al pomeriggio prendevo l'autobus, tre volte alla settimana, a andare a Bari. Facevo lezione, fo ritornavo alla sera e facevo i compiti per il Liceo. Da allora è cominciato un lavoro che non si è mai più interrotto, un lavoro di grandissimo sacrificio e di moltissimo studio, che purtroppo ha lasciato poco spazio al resto, alle cose semplici, all'amicizia. Fortunatamente il tempo per la famiglia un p0' l'ho trovato. Non abbastanza come avrei voluto, comun-que ho lottato per avere una bella famiglia. a, quando la mia famiglia si trasferì, invece di cercare di trattenermi nella sua scuoLa, compì un atto di grande generosità, dicendomi che ormai ero maturo per frequentare un Conservatorio importante. Rota aveva una grandissima conoscenza di tutta la musica contemporanea e moderna, di Schönberg, Berg, Stravinski, Webern, che suonava al pianoforte con estrema facilità. Aperto a tutte le esperienze, trovava il tempo anche di occuparsi della musica nuova di altri autori. Per dire la generosità e la facilità di questo poliedrico musicista. Maturando musicalmente mi resi conto di avere a che fare con un musicista di grande finezza, di grande coraggio. Non seguire le mode, non adattarsi a fare il contemporaneo a tutti i costi, richiede molto coraggio.