Fernando De Carli: Riccardo Muti, un lavoro di sacrificio e di studio.
L’opera Armide di Gluck diretta da Riccardo Muti ha inaugurato la scorsa stagione del Teatro alla Scala con un trionfo non certo scontato, ma sicuramente comprensibile, visto il lavoro in profondità che il direttore musicale del teatro aveva compiuto, nei suoi dieci anni di presenza a Milano, sull’opera del compositore tedesco in particolare e del Settecento in generale: Alceste, Orfeo ed Euridice, Ifigenia in Tauride di Gluck e sei titoli di Mozart. Abbiamo incontrato Riccardo Muti qualche settimana dopo a Vienna dove stava preparando Mefistofele di Boito, una coproduzione della Scala con lo Staatsoper. L'intervista non poteva che cominciare dal trionfo di Armide, che riveste un significato particolare, visto che non rappresenta solamente il successo di un'opera, ma quello di tutta una ricerca.
Un successo venuto da lontano, quindi. Maestro Muti, si aspettava un simile successo con un'opera non certo celeberrima né celebrata, almeno ai nostri tempi?
Credo che in Italia ci sia stata e sia in corso una crescita culturale a livello generale. Solitamente si parla degli aspetti negativi della vita del nostro paese, però è indubbio che il pubblico - e non parlo solo delle giovani generazioni - è più attento alla vita culturale dei teatri (di prosa, d'opera), delle stagioni concertistiche dedicate alla musica sinfonica e da camera. E naturalmente tutto questo conduce a un tipo di interesse e di ascolto più maturo rispetto a quello di alcuni decenni fa. Naturalmente tutto va visto nell'ottica generale di una società che si interessa di più ai problemi politici e sociali, alla vita del cinema (che negli ultimi anni ha avuto degli sviluppi interessanti anche se non sempre condivisibili). Tuttavia anche i contributi provocatori di certi registi che hanno coinvolto pure il teatro d'opera, hanno contribuito a focalizzare l'attenzione su questo ambito. Quindi tutto questo, immesso nel tipo di programmazione che io ho proposto alla Scala - per lo meno per quanto riguarda la mia attività di direttore d'opera - ha tenuto conto della necessità di riportare in vita alcuni lavori un tempo popolari che erano diventati non-popolari, appunto perché non più eseguiti, come Traviata, Rigoletto, Mefistofele. L'insistere su musicisti come Mozart (del quale ho proposto sei opere), Gluck, Spontini, Cherubini, Wagner, in collegamento con l'attività di diversi miei colleghi che hanno diretto Strauss, Puccini, Prokofiev, Berg e altri autori ancora, portò allo strutturarsi di un discorso generale, che coinvolse anche migliaia di studenti che seguivano le mie prove alla Scala - non le prove generali, ma le prove di lettura e d'insieme - e le varie lezioni universitarie che io tenevo a Milano. Probabilmente di tutto questo è rimasto qualche seme, che ha contribuito a indirizzare il pubblico verso un tipo di ascolto più maturo, più consapevole, in cui non si guarda semplicemente alla presenza di quel solista o di quel cantante o di quel direttore, ma alla totalità dell'opera d'arte proposta. Naturalmente il mio lavoro non è stato che una goccia che si è aggiunta a un'intera fonte a cui hanno contribuito tante persone. E importante che fra i vari segnali che sono riuscito a far passare alla Scala, ci sia quello di un ascolto rivolto più alla totalità che al singolo - nel senso dell'individuo idolatrato, che diventa il motivo di interesse della serata, l'unico oggetto dell'ascolto e della partecipazione, quindi fuorviante per quello che riguarda la comprensione dell'opera d'arte.
Dietro al discorso di costruzione di un repertorio particolare con Cherubini, Gluck, Spontini e Mozart, c'è una scelta di tipo intellettuale e professionale, ma ci deve essere ovviamente anche una scelta di tipo emotivo. Sicuramente da questi compositori Lei è stato attirato anche in termini di profonda emozione...
Penso proprio di sì. Oggi Gluck e Mozart sono proposti in maniere diverse: si passa dalle versioni di tipo tradizionale, a quelle legate al fenomeno del ripristino degli strumenti e delle prassi esecutive d'epoca. L'utilizzo di strumenti antichi ha portato anche a un nuovo modo di vedere questi autori. Nella moltitudine di idee interpretative così contrastanti, è nata per me l'esigenza di togliere Mozart e Gluck dalle ciprie e dagli accademismi tipici di certe scuole, soprattutto tedesche e inglesi. Non a caso, infatti, l'uso degli strumenti filologici nasce in Inghilterra, in Olanda, in zone nelle quali la comprensione della verità teatrale e drammatica, della verità vitale del rapporto parola-musica sfuggiva e sfugge ancora. Esistono interpretazioni importanti del passato dovute a direttori la cui comprensione del libretto dapontiano era assolutamente una chimera, per cui l'esecuzione mozartiana veniva affidata a una specie di cliché, di accademismo ufficiale per il quale i tempi dovevano essere fatti in quel modo, eccetera. Secondo una specie di aurea routine, Mozart si eseguiva in quel modo, senza tener conto del fatto che la verità di Mozart consiste proprio in quella sua inafferrabilità, che nasce dall'ambiguità continua che sta proprio nel testo geniale di da Ponte. E lo stesso discorso vale per Gluck, che veniva spesso letto con l'ossequio del segno scritto, privato di tutta quella forza e quella umanità che è presente pure nella musica di Gluck. Basti pensare ad esempio a un'opera come l'Ifigenia in Tauride, che non può essere semplicemente vista come una serie di quadri ben composti e ben levigati. Dentro c'è un vulcano, che naturalmente va reso senza eccedere in sonorità o fraseggi che possano sconfinare nell'estetica di autori di gran lunga posteriori a Gluck. Quindi il rispetto della forma è necessario, ma lo è anche il risveglio di quell'incandescenza che in queste partiture esiste ma che nel passato veniva un po' messa da parte, in ossequio alla cosiddetta classicità e intoccabilità dell autore stesso.