Fernando De Carli: Riccardo Muti: da Mozart a Verdi con rigore e entusiasmo.
Al Festival di Salisburgo, Riccardo Muti era impegnato su diversi fronti, con i Wiener Philharmoniker: avrebbe diretto infatti due opere di Mozart, Don Giovanni e Così fan tutte e due esecuzioni dell'Oratorio La Creazione di Haydn.
Per l'anno Mozart, il 1991, l'impegno salisburghese di Riccardo Muti non sarà meno ampio: dirigerà il concerto inaugurale, con le tre ultime Sinfonie, e rifarà Don Giovanni e Così fan tutte.
Sono i giorni delle prove di Don Giovanni. Aspetto Riccardo Muti all'ingresso degli artisti: mi dà un appuntamento per l'indomani al suo albergo, nella campagna salisburghese. Ci vedremo, quindi, dopo una lunghissima prova al pianoforte con i cantanti.
Ci sediamo in giardino, per prendere un caffè, e cominciamo a parlare del Don Giovanni.
Il Don Giovanni, Muti l'aveva già diretto alla Scala, con un'altra orchestra, altri cantanti, un'altra regia. Si tratta quindi di rivedere il tutto secondo i suoi criteri, cioè l'idea che ogni cosa deve passare attraverso la piena comprensione della parola, e quindi del fatto drammatico, che essa contiene ed ispira. Muti parla con voce tranquilla e calorosa, ma non riesce a celare quell'entusiasmo, quella vitalità che distingue il suo modo di dirigere, meglio di "far musica", da quello di tutti gli altri. Questo entusiasmo e questo calore mi suggeriscono, così naturalmente...
Maestro, due anni or sono Lei ha inaugurato la stagione della Scala con il Guglielmo Tell. Dopo più di quattro ore di musica si è trovato a dirigere quel "Tutto cangia, il ciel s'abbella” finale, e lì è accaduta una trasformazione psicologica e fisica, che ha coinvolto la sua persona: pareva completamente liberato, emotivamente e fisicamente, ingigantito.
Come si sentiva, in quel momento, un direttore d'orchestra. dopo ore, mesi di prove, di' continua tensione, che ora finalmente poteva liberare?
Credo che il finale del Guglielmo sia una delle pagine più straordinarie che siano mai state scritte in assoluto: dopo tante ore di musica, arriva quell'incredibile Do maggiore, con un senso liberatorio che corrisponde al fatto drammatico stesso, cioè la fine della tirannia, quindi la conquista della libertà.
La tonalità di Do maggiore in genere è collegata all'idea della luce, e nel caso specifico del Guglielmo Tell, all'idea della libertà. Il Do maggiore arriva per coronare e sublimare l'intera vicenda, in un inno totale, cosmico, universale alla libertà.È interessante osservare come molti musicisti, quando vogliono sottolineare questo senso di libertà nella luce, o di luce nella libertà, ricorrano sempre alla tonalità di Do maggiore: "Und es war Licht" (E la luce fu), nella Creazione di Haydn, che faremo qui a Salisburgo tra poco, ad esempio; questo sublime momento è in Do maggiore; la Sinfonia Jupiter di Mozart è in Do maggiore l'Ottava Sinfonia di Bruckner termina in Do maggiore. Questa tonalità, senza accidenti in chiave - non c'è un diesis e nemmeno un bemolle - è pura, pulita. Quindi, il senso liberatorio che lei ha avvertito nel mio modo di dirigere e di interpretare il finale del Guglielmo Tell non rappresentava uno sforzo, bensì una conseguenza diretta della tensione creata da quel dramma, che dopo tante ore di musica si stava risolvendo nella liberazione. E si trasformava, pertanto, anche in un fatto liberatorio propriamente fisico.
Non poteva più tenerla dentro, quell’emozione.
In quale misura un direttore d’orchestra deve fare attenzione affinché i suoi sentimenti non lo travolgano?
Mi ricordo sempre di quanto diceva Eduardo De Filippo: "Ogni artista, anche nei momenti di maggiore intensità, deve sempre lasciare libera dall'emozione una piccola parte di sé che controlla se stesso". Questo non significa rimanere oggettivo, quindi arido e freddo. Ma se un artista si lascia travolgere completamente dal sentimento e piange, e ride, e soffre in modo totale, finirà inevitabilmente per cadere nel sentimentalismo, Bisogna invece avere la possibilità di immergersi completamente nello stato d'animo che si sta creando, conservando però sempre una sorta di autocontrollo: bisogna immedesimarsi, ma anche avere la possibilità di osservarsi nel momento in cui ci si immedesima. Mantenere il controllo è importantissimo anche il teatro di prosa: ricordo Eduardo De Filippo, ma anche Sir Lawrence Olivier. Per un direttore d'orchestra è fondamentale non lasciarsi andare completamente, ma essere sempre in grado di guidarsi, per poter guidare gli altri. E questo, credo, consente di sviluppare un'interpretazione molto più matura.