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“BERLINISCHE NACHRICHTEN”
Da Documenti spontiniani inediti
raccolti, tradotti e annotati dal dottor Alessandro Belardinelli, Vol. I pag. 93-96:

Berlino, giovedì 6 giugno 1822
Teatro
Nurmahal di Spontini

L’ouverture – poiché l’opera comincia con lo spuntare di un giorno festivo – si inizia con separati, sveglianti toni e accordi; festeggia in crescente istrumentazione e in saliente espressione l’apparire dello splendente astro del giorno, e passa, ora felicemente significando le sensazioni del tutto.
Un coro di popolo e di sacerdoti apre l’opera e saluta il giorno, e con la aumentata chiarezza inturgidisce anche, in rapiente crescendo, il coro, sino a che il sole è alto e la moltitudine diffonde ora un festoso giubilo.
Leggera e serena cambiasi la rappresentazione di prova della festa delle rose nella scena e coro con danze: “Qui nel campo delle rose” che la Signora Schulz (Zelia) guida con acconcia vivacità.
Il sultano le si avvicina e Zelia gli confessa il suo discretamente forte e civettante amore in un’aria, che per tutti noi sino ad oggi divenuta nota “aria di bravura”, in splendore e difficoltà lascia addietro ogni altra.
Ma qui la parola non è priva di brillanti volate, salti cromatici e cromatico-diatonici, trilli, ecc.; ma, nello stesso tempo, è di un caldo, interno ardore e di un altamente avvampante fuoco, proprio di una donna indiana.
E poiché Spontini dappertutto ha un suo carattere, così anche qui non manca alcun tratto ad una perfetta pittura di incendente passione.
I clarini sono le arterie di questo sentimento e annunziano i ferventi battiti del sangue in saltanti forme.
La Signora Schulz cantò quest’aria perfettamente, e può ripeterla così bene, come altra su rodesche variazioni (*1)
(*1)  Variazioni alla Rode, insigne violinista francese e compositore di musica per violino (1774-1830).
Ma doppiamente, anche per questo, essa meritava la largitale approvazione.
Alquanto difficile è la situazione del sultano durante quest’aria; la quale appartiene alle martirizzanti in ogni modo; che possono, però, essere attenuate, se il lusingato principe, indovinando il discretamente chiaro sentimento di Zelia, accenni alla propria destantesi passione; sino a che nel seguente magnifico duetto la variazione del sentimento è espressa.
L’aria di Nurmahal “disperante, sconfortante” è ricca di profonda, dolorosa espressione, e fu detta dalla Signora Seidler, con le molto malagevoli pause ed elongazioni, sicuramente e nettamente.
Segue poi la bellissima drammatica scena fra Nurmahal e suo padre Athar.
Qui ogni suono è vero, vivo, proprio.
Il ben calcolato cedere  di Athar produce gradevole mutazione del sentimento, e la commovente scena termina in un fulgido duo.
Il Signor Blume eseguì la sua difficile parte molto valentemente.
La musica nella festosa processione della seconda scena accoppia il magnifico e il solenne collo schietto, giocondo sentimento, e la bella aria di Bader: “Sacra festa delle Grazie”, giustamente in questo senso tenuta e cantata, sollevò una lieta impressione, che in quest’opera doveva essere addirittura dominante.
In conseguenza anche il compositore ha qui assennatamente messo, come canzone di Zelia, il suo noto canto popolare; solo è da desiderare che esso sia un po’ distesamente portato innanzi e cantato con le note più in testa che non avviene.
Il finale del primo atto contiene, accanto alla gioja, i malcontenuti sfoghi di fieri dolori, i quali, andando in profondità, col suono annunziano, quasi trombe, la catastrofe che irrompe; il festoso giubilo ne combatte l’espressione, ma i lamenti di Nurmahal e di Dscheangir penetrano, ingegnosamente tessuti, non pertanto, in ogni cuore sensibile.
L’introduzione al secondo atto annunzia la lotta col fato, e l’atto incomincia con quell’inimitabile recitativo del Maestro, come solo Gluck nell’Alceste li ha fatti.
Anche l’aria di Nurmahal: “Io sento nel cuore” è in stile molto nobile e piena di schietta espressione; come il duetto degli sposi, ricco di ritmico e armonico incanto.
Qui incomincia un singolare pezzo dell’opera, che, per noi in generale, rispetto a Spontini, è nuovo, perché né nella Vestale, né nel Cortez e nell’Olimpia non si trova questo stile, cioè lo schietto romantico.
La maga Namuma conforta, non vista, in dolce, per lo più, diatonica progrediente melodia, coll’accompagnamento di strumenti a fiato, la sofferente.
L’impressione di questo pianissiimo della voce della Signora Milder è davvero un incanto.
Non meno meravigliosamente opera la sua mezza voce nella soave calmante aria, dopo la sua apparizione, e la strumentazione, nel recitativo che ora segue, esprime al vivo in magica mistione l’appressarsi del mondo dei sogni.
Altamente tenero subentra poi l’attraente canto vicendevole: “Cogli i fiori” con i suoi imitativi melismi, e i piccoli, doppi mordenti dei clarinetti e dei flauti compiono il carattere di grandiosa ingenuità.
Dopo l’apparizione del Genio i sordini non falliscono il loro effetto; il Genio (che la Sig.na Eunike canta molto bene) e il coro dei Genî oscillano sull’estremo dell’esilissimo arioso e i pianissimi colpi di triole (terzine) degli strumenti da fiato sospingono sui dormienti sommesse onde del canto, sino a che dileguano.
Nurmahal si desta, ma la sua permanente, sognante disposizione si mostra attraverso i felicemente posti enigmatici suoni del corno inglese; e così queste scene dipingono un ciclo del tutto singolarmente interessante.
Le solennità ora incominciano di nuovo e vengono solo interrotte dalla comparsa di Nurmahal e Athar.
L’aria della prima “Mormorate, ruscelli” è una captatio benevolentiae per tutti quelli ai quali Spontini è restato sin qui debitore di un italiano quadro di fiori e di un effettivo mazzo di fiori, dove la rossa melagrana fiorisce presso la bruna viola, e i cui centifoglie, per la prima volta, mediante l’infallibile effetto del loro profumo, si convertono in rosolacci.
La Signora Seidler potè qui mostrare tutta la volubilità della sua gola e contare su questa scena come su un pezzo che ferma (*).
(*1) In italiano anche nel testo tedesco.
Del resto l’aria ha quella ricchissima e ingegnosa strumentazione, nella quale segnatamente spicca, anche una volta, il corno inglese.
Il finale ha un eccellente sestetto e un bel recitativo, il quale, in generale, da Spontini è sempre trattato colla dovuta accuratezza.
Tuttavia quale osservazione! Dove non si trovò, per avventura, questa accuratezza?
C’è appena un compositore che così coscenziosamente proceda in tutto ciò che in opere scrive.
Tutto ch’egli profondamente, nobilmente, grandemente e bellamente sente, lo elabora anche e perfeziona colla più alta precisione e chiarezza.
Così si esamini la musica delle danze. Quale cambiamento, quale adattarsi della necessità, quale brio!
Così è; dal ballo degli Sciti di Gluck, Tersicore non era stata servita come in queste legioni di incantevoli danze spontiniane.
Rimane ancora da dire che il Signor Herklotz ha trattato il noto soggetto acconciamente, e che ora c’è solo da desiderare che la condizione di Zelia possa alla fine esser posta diversamente.
Essa da ultimo rappresenta una parte assai negativa; dal principio di così veemente amore dalle due parti non si fa più parola, e tuttavia devesi dall’alquanto infiammabile sultano temere una ricaduta.
Con viva impazienza noi attendiamo le repliche di questa eccellente opera; le quali, purtroppo! sono differite sino all’autunno.


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